Ed è in un piccolo
vicolo oscuro,
una piccola notte,
è una piccola sorte
il rumore
dei piedi scalzi senza rumore
che scivolano il vicolo
e trovano te.
Eh, lo so, amore,
è tutto ridicolo.
Soprattutto l'amore.
Soprattutto le ore iene
in cui non ho pianto,
e pensavo di aver perso le vene
col sangue
e il brillore.
Dicevo "aggrappati"
e crollavo io,
i gesti non tenevano,
le parole pronunciate
si scioglievano nell'aria liquide
come aranciate.
Ma poi
il vicolo, la notte, i piedi scalzi
e i tuoi occhi nudi sui miei.
Ho pianto, e ti ho messo
il mio tremore nelle mani,
e poi anche ricordi strani,
il cimitero dei nomi persi,
i pensieri più tersi
e i biscotti al cioccolato,
e i biscotti al futuro
mancato.
Un altro po' di vita, rimanemmo così.
Da una finestra aperta arrivava
una voce ferita,
non umana, come un lamento di cane.
"Lo senti?", mi hai chiesto. "E' un cucciolo".
"Sì che lo sento. Perché piange?"
"Non piange. Ulula."
E io ululavo anch'io,
piangevo come un lamento di cane,
come un bambino
quando rivede la mamma,
le mette il suo tremore nelle mani,
le chiede di dare un senso
alle cose, ai giochi, ai giorni,
chiede un nome per il vuoto
per lo schianto dei nomi persi.
Questo ti chiedevo
nel piccolo vicolo,
e forse mi fosti madre,
mentre ti tenevo.
ucronista
- iskariel
- Paris, France
- Gaia Barbieri nasce e vive nonostante tutto come il basilico a Lausanne, da trentaquattro anni e più che altro per curiosità. ...JeSuisUnAutre...
lunedì 30 giugno 2014
lunedì 9 giugno 2014
plagio
Ho sognato che trovavo una poesia fulminante,
tipo milluminodimmenso.
Nel sogno non la scrivevo io, la leggevo e basta,
e rosicavo,
al risveglio ero felice: era mia,
di una mia creatura notturna, quindi mia,
insomma, era fatta, era un plagio legale!!!
Quasi morale.
Ma ho dimenticato prima
di arrivare alla penna.
Ho salvato dal buio poche parole:
"non si può",
"e allora noi",
non doveva esser molto più lunga.
Allora tento:
'Se si può salvare un solo frammento,
vi prego, che sia questo.
Ma non si può.
E allora noi
persino noi un giorno
spariremo negli angoli,
ridiventeremo solo
gli altri.'
mercoledì 4 giugno 2014
Anna
Qui tutti muoino dalla voglia di ammazzarsi,
che questo stramaledetto coperchio, sopra,
sbarra la strada alle fantasie.
ma dove vuoi andare, con un cielo così.
basso che ci picchi la testa finché campi, e il problema è che campi.
il problema del tempo è che passa, sì, ma anche che poi ce n'è sempre dell'altro.
passa e ce n'è dell'altro, passa anche questo, ma niente da fare,
ce n'è ancora dell'altro, e ancora. così finché campi,
io di ricordi ne ho piene le fosse comuni, e di lettere.
io invento lingue che poi disimparo a forza di cambiare le parole che sarei.
e tutti che muoiono dalla voglia,
ma non lo fanno, tutta la vita a morire dalla voglia.
si fanno cose che non importano mai, di loro.
portano ad altre cose, che ugualmente, di per sè, non importano mai.
e così, e così, si fa tutto come si fa il ponte...
le cose che sembrano giuste, le cose che potrebbero importare,
non si fanno o si perdono. si muore dalla voglia e basta.
parlo per tutti, eppure per me.
arrogante, trascino la specie nelle mie colpe,
nelle miserie solo mie.
il Rosso lui sì era un gran tipo,
che ha telefonato a sé stesso nel futuro e poi si è spento il cervello.
si è fatto saltare il cervello, finalmente ha fermato i vermosi pensieri.
gli ci è voluta la Corea e compagnia bella, certo, ma poi.
gli ci è voluta la normalità stronza del mondo civile, dopo. ma poi.
io lo so che gli si è sfracellata la chioma,
so tutto delle ciocche rosse per terra e dei capelli volati in aria,
in cielo fino alle stelle.
Adesso però è incazzato come pochi, senza scherzi.
C'è una donna che non l'ha amato e pensa di sì che lo cerca,
si rifà il trucco da gran vacca e lo cerca, si mette il rossetto e lo cerca,
scavalca di notte i cimiteri e lo chiama perché qualcuno possa farne un best seller.
Odiava tutto della sua anormalità, per fortuna non sa
quanto sia sola adesso.
Il mio Leslie invece se ne va in Vietnam o ancora in Corea, va nello stesso posto
di tutti i fratelli, di tutti i padri andati,
mi lascerà i suoi guanti, che il vecchio Henry si è ammazzato.
Leslie mi toglie tutto.
Il mio Leslie va a morire, a diventare un uomo con tutte le storie,
quando tornerà sarà come gli altri, non sentirà più niente,
dimenticherà tutte le lingue tranne il common - what a mess! where are my boots? -
e urlerà di notte con la stessa voce di tutti quelli che vanno,
di tutti quelli che tornano.
non più come quella notte che eravamo piccoli e incastrati, tutti e tre, attorcigliati nel letto,
eravamo bambini e aggrappati, con il rifugio segreto in fondo al letto,
sapevamo già tutto, ma poi al mattino
come tutti
non c'eravamo più.
e io lo so, è questo il momento di cominciare, oppure mai.
ora che è l'alba, oppure mai.
questo il momento di farsi portare,
di farsi importare lontano per sempre,
senza nessuna preparazione, tutto a caso,
ma forse a casa, un giorno. chi lo sa.
questa mica è una casa. dovevi spaccare le finestre,
trascinarmi fuori di qui,
bello straniero,
tra le strade lontane di New York,
la Quinta, la Quarantaduesima, i quartieri proibiti, i sotterranei dei bar,
dovevi darmi altre ragioni e altri gesti, prima che tutto crollasse
nello struggimento dell'attesa.
lo struggimento dell'attesa dietro il vetro,
con la fronte appoggiata alla finestra che dà sul vicolo cieco.
altre finestre, dietro il vetro, e il vicolo ci vede benissimo e ride di noi,
che abbiam fatto ammazzare tutti i nostri figli come fogli di carta.
so che questo è il momento, per me, e mentre lo so non è più.
non ti vedo più, amico invisibile, chi lo sa, sarò invecchiata.
nessuno prende nessuno in nessun campo di segale,
credo di aver sognato tutto, Ma e Al ballano al cimitero allagato,
ballano nelle pozzanghere
e non mi vedono più.
Han perso tutti i loro figli, adesso. Bel colpo.
E io che non posso niente
canto a caso, son qui a caso, come appoggiata, tutto a caso,
ho un nome breve e musicale, ho un nome palindromo
che mi hanno dato e dimenticato in un momento
e non ho l'aria di niente.
Così sembra che non abbia più desideri e tutto il resto, lo so.
Sembra che sia solo la vecchia Anna, ancora più depressa e alienata del solito.
La vecchia Anna alla finestra, con la sua aria vaga, sognante,
con le filastrocche e i giri di danza.
Così pensano, Ma e Al, ma nemmeno, nemmeno mi pensano più.
Nemmeno loro che alla fine mi han confezionata.
Tanto vaga e inconsistente l'ho confezionata, io, l'idea di me.
Ma il fatto è che i maledetti desideri ce li ho ancora, invece.
Mica te li togli dai piedi, quelli.
Come i vermosi pensieri, ma il fatto è che per me
non ci sono pistole né guerre per la mia aria vaga.
Una volta uscivo di notte, tutte le notti.
Leslie usciva e girava tutta la notte per New York, con la sua aria da attore a difenderlo,
e i suoi guanti.
Io senza aria da attore, ma uscivo anch'io.
Indifesa, cercavo lupi. Cercavo stranieri con gli stivali, i capelli lunghi e la camicia un po' aperta.
Ma non li trovavo, c'erano solo uomini con gesti decisi, con sguardi da uomini, con storie da uomini,
uomini dal portamento guerresco e ricordi pieni di partite di football
e vecchie rabbie, storie da sistemare.
Li vedevo sull'attenti, pronti a risalire in un colpo solo
secoli di intelligenza,
al primo ordine urlato nelle loro orecchie.
Facevano cose che di per sè non importavano, pagavano alcool
in attesa di andare in Corea o in Vietnam come tutti,
o a letto con qualcuno,
o in attesa di tornare e compagnia bella.
Avevano o non avevano i capelli rasati,
si carezzavano la testa perplessi quando non parlavano,
e Cristo, bastava questo,
una bellezza che voi che non l'avete vista non capirete mai.
Insomma, mi innamoravo delle loro dita lente,
di questa perplessità che era l'unica cosa vera,
scivolavo nei loro occhi sospesi.
Li guardavo e basta, in tutti i sotterranei di tutti i bar, e mi riempivano il bicchiere,
e riempivano la mia aria vaga di brutto whisky,
e riempivano la mia aria sognante di sogni erotici buoni a rimandare la morte di cinque minuti.
Una volta il vecchio Leslie era nel mio stesso bar, nel mio stesso sotterraneo,
ma tra una recita e l'altra aveva la sua aria grave al bancone,
e non mi ha riconosciuto.
Mi facevo toccare da un'altro e pensavo al suo modo di tremare nel sonno, d'inverno.
Ad un tratto scomparivo da tutte quelle mani,
da tutte quelle labbra e riapparivo nel mio letto.
E non so se tutte queste notti fossero reali,
o solo luci nella mia testa, non ne so niente,
forse alla fine non importa,
se i fratelli e i padri vanno e tornano uguali a tutti quelli che tornano,
se la madri si scuciono, se tutti
muoino dalla voglia di ammazzarsi.
Ora il Rosso fa i capricci peggio che da bambino,
vorrebbe che fossimo tutti vivi ma non può,
non sa più cosa dire e trema quando sente
gridare i gabbiani.
Da me non viene mai,
ma mi scrive ancora lettere, ogni tanto.
Scrive risultati di strambi calcoli,
e risultati senza sistema di calcolo,
ma tutti pessimi,
e che voleva vivere per strada,
tra i barboni, scrive che era fatto per i margini,
e non per questi stronzi salotti con le tende.
Io lo sapevo già, e mi viene da piangere.
Il vecchio Leslie affoga nelle lacrime automatiche,
nelle lacrime secche degli altri.
Il mio piccolo amore mi lascia sola con i vecchi.
Il vecchio Leslie l'ho perso con tutte le parole,
lo tengo ancora abbracciato, mi rannicchio ancora
intorno alle sue caviglie,
ma se ne andrà lo stesso nella jungla,
lui mi guarda e basta, pallido, mi guarda attraverso,
me ne sto qui senza ragione solo perché non ho il coraggio.
Non ho il Vietnam.
Non ho la fuga.
Non ho la pistola.
Non ho il whisky.
Non ho arie drammatiche.
Non ho la vanità e tutto il resto.
E' difficile da credere, ma non ho nemmno una professione,
né un mestiere, no, niente,
ma è perché sono capitata qui per sbaglio,
e quando si è così si ha la data di scadenza.
La mia è passata.
Non sono riuscita a staccarmi da terra, ma con un cielo così,
ma dove vuoi andare.
che questo stramaledetto coperchio, sopra,
sbarra la strada alle fantasie.
ma dove vuoi andare, con un cielo così.
basso che ci picchi la testa finché campi, e il problema è che campi.
il problema del tempo è che passa, sì, ma anche che poi ce n'è sempre dell'altro.
passa e ce n'è dell'altro, passa anche questo, ma niente da fare,
ce n'è ancora dell'altro, e ancora. così finché campi,
io di ricordi ne ho piene le fosse comuni, e di lettere.
io invento lingue che poi disimparo a forza di cambiare le parole che sarei.
e tutti che muoiono dalla voglia,
ma non lo fanno, tutta la vita a morire dalla voglia.
si fanno cose che non importano mai, di loro.
portano ad altre cose, che ugualmente, di per sè, non importano mai.
e così, e così, si fa tutto come si fa il ponte...
le cose che sembrano giuste, le cose che potrebbero importare,
non si fanno o si perdono. si muore dalla voglia e basta.
parlo per tutti, eppure per me.
arrogante, trascino la specie nelle mie colpe,
nelle miserie solo mie.
il Rosso lui sì era un gran tipo,
che ha telefonato a sé stesso nel futuro e poi si è spento il cervello.
si è fatto saltare il cervello, finalmente ha fermato i vermosi pensieri.
gli ci è voluta la Corea e compagnia bella, certo, ma poi.
gli ci è voluta la normalità stronza del mondo civile, dopo. ma poi.
io lo so che gli si è sfracellata la chioma,
so tutto delle ciocche rosse per terra e dei capelli volati in aria,
in cielo fino alle stelle.
Adesso però è incazzato come pochi, senza scherzi.
C'è una donna che non l'ha amato e pensa di sì che lo cerca,
si rifà il trucco da gran vacca e lo cerca, si mette il rossetto e lo cerca,
scavalca di notte i cimiteri e lo chiama perché qualcuno possa farne un best seller.
Odiava tutto della sua anormalità, per fortuna non sa
quanto sia sola adesso.
Il mio Leslie invece se ne va in Vietnam o ancora in Corea, va nello stesso posto
di tutti i fratelli, di tutti i padri andati,
mi lascerà i suoi guanti, che il vecchio Henry si è ammazzato.
Leslie mi toglie tutto.
Il mio Leslie va a morire, a diventare un uomo con tutte le storie,
quando tornerà sarà come gli altri, non sentirà più niente,
dimenticherà tutte le lingue tranne il common - what a mess! where are my boots? -
e urlerà di notte con la stessa voce di tutti quelli che vanno,
di tutti quelli che tornano.
non più come quella notte che eravamo piccoli e incastrati, tutti e tre, attorcigliati nel letto,
eravamo bambini e aggrappati, con il rifugio segreto in fondo al letto,
sapevamo già tutto, ma poi al mattino
come tutti
non c'eravamo più.
e io lo so, è questo il momento di cominciare, oppure mai.
ora che è l'alba, oppure mai.
questo il momento di farsi portare,
di farsi importare lontano per sempre,
senza nessuna preparazione, tutto a caso,
ma forse a casa, un giorno. chi lo sa.
questa mica è una casa. dovevi spaccare le finestre,
trascinarmi fuori di qui,
bello straniero,
tra le strade lontane di New York,
la Quinta, la Quarantaduesima, i quartieri proibiti, i sotterranei dei bar,
dovevi darmi altre ragioni e altri gesti, prima che tutto crollasse
nello struggimento dell'attesa.
lo struggimento dell'attesa dietro il vetro,
con la fronte appoggiata alla finestra che dà sul vicolo cieco.
altre finestre, dietro il vetro, e il vicolo ci vede benissimo e ride di noi,
che abbiam fatto ammazzare tutti i nostri figli come fogli di carta.
so che questo è il momento, per me, e mentre lo so non è più.
non ti vedo più, amico invisibile, chi lo sa, sarò invecchiata.
nessuno prende nessuno in nessun campo di segale,
credo di aver sognato tutto, Ma e Al ballano al cimitero allagato,
ballano nelle pozzanghere
e non mi vedono più.
Han perso tutti i loro figli, adesso. Bel colpo.
E io che non posso niente
canto a caso, son qui a caso, come appoggiata, tutto a caso,
ho un nome breve e musicale, ho un nome palindromo
che mi hanno dato e dimenticato in un momento
e non ho l'aria di niente.
Così sembra che non abbia più desideri e tutto il resto, lo so.
Sembra che sia solo la vecchia Anna, ancora più depressa e alienata del solito.
La vecchia Anna alla finestra, con la sua aria vaga, sognante,
con le filastrocche e i giri di danza.
Così pensano, Ma e Al, ma nemmeno, nemmeno mi pensano più.
Nemmeno loro che alla fine mi han confezionata.
Tanto vaga e inconsistente l'ho confezionata, io, l'idea di me.
Ma il fatto è che i maledetti desideri ce li ho ancora, invece.
Mica te li togli dai piedi, quelli.
Come i vermosi pensieri, ma il fatto è che per me
non ci sono pistole né guerre per la mia aria vaga.
Una volta uscivo di notte, tutte le notti.
Leslie usciva e girava tutta la notte per New York, con la sua aria da attore a difenderlo,
e i suoi guanti.
Io senza aria da attore, ma uscivo anch'io.
Indifesa, cercavo lupi. Cercavo stranieri con gli stivali, i capelli lunghi e la camicia un po' aperta.
Ma non li trovavo, c'erano solo uomini con gesti decisi, con sguardi da uomini, con storie da uomini,
uomini dal portamento guerresco e ricordi pieni di partite di football
e vecchie rabbie, storie da sistemare.
Li vedevo sull'attenti, pronti a risalire in un colpo solo
secoli di intelligenza,
al primo ordine urlato nelle loro orecchie.
Facevano cose che di per sè non importavano, pagavano alcool
in attesa di andare in Corea o in Vietnam come tutti,
o a letto con qualcuno,
o in attesa di tornare e compagnia bella.
Avevano o non avevano i capelli rasati,
si carezzavano la testa perplessi quando non parlavano,
e Cristo, bastava questo,
una bellezza che voi che non l'avete vista non capirete mai.
Insomma, mi innamoravo delle loro dita lente,
di questa perplessità che era l'unica cosa vera,
scivolavo nei loro occhi sospesi.
Li guardavo e basta, in tutti i sotterranei di tutti i bar, e mi riempivano il bicchiere,
e riempivano la mia aria vaga di brutto whisky,
e riempivano la mia aria sognante di sogni erotici buoni a rimandare la morte di cinque minuti.
Una volta il vecchio Leslie era nel mio stesso bar, nel mio stesso sotterraneo,
ma tra una recita e l'altra aveva la sua aria grave al bancone,
e non mi ha riconosciuto.
Mi facevo toccare da un'altro e pensavo al suo modo di tremare nel sonno, d'inverno.
Ad un tratto scomparivo da tutte quelle mani,
da tutte quelle labbra e riapparivo nel mio letto.
E non so se tutte queste notti fossero reali,
o solo luci nella mia testa, non ne so niente,
forse alla fine non importa,
se i fratelli e i padri vanno e tornano uguali a tutti quelli che tornano,
se la madri si scuciono, se tutti
muoino dalla voglia di ammazzarsi.
Ora il Rosso fa i capricci peggio che da bambino,
vorrebbe che fossimo tutti vivi ma non può,
non sa più cosa dire e trema quando sente
gridare i gabbiani.
Da me non viene mai,
ma mi scrive ancora lettere, ogni tanto.
Scrive risultati di strambi calcoli,
e risultati senza sistema di calcolo,
ma tutti pessimi,
e che voleva vivere per strada,
tra i barboni, scrive che era fatto per i margini,
e non per questi stronzi salotti con le tende.
Io lo sapevo già, e mi viene da piangere.
Il vecchio Leslie affoga nelle lacrime automatiche,
nelle lacrime secche degli altri.
Il mio piccolo amore mi lascia sola con i vecchi.
Il vecchio Leslie l'ho perso con tutte le parole,
lo tengo ancora abbracciato, mi rannicchio ancora
intorno alle sue caviglie,
ma se ne andrà lo stesso nella jungla,
lui mi guarda e basta, pallido, mi guarda attraverso,
me ne sto qui senza ragione solo perché non ho il coraggio.
Non ho il Vietnam.
Non ho la fuga.
Non ho la pistola.
Non ho il whisky.
Non ho arie drammatiche.
Non ho la vanità e tutto il resto.
E' difficile da credere, ma non ho nemmno una professione,
né un mestiere, no, niente,
ma è perché sono capitata qui per sbaglio,
e quando si è così si ha la data di scadenza.
La mia è passata.
Non sono riuscita a staccarmi da terra, ma con un cielo così,
ma dove vuoi andare.
venerdì 2 maggio 2014
l'Isola che non c'è non c'è
L’Isola che non c’è non c’è
no non c’è
non c’è spazio
per l’inquietudine di fondo
per il fondo gentile del fondo degli occhi
no,
la cosmogonia è andata, e le città invivibili
restano,
invisibili
come donne che non si sono
potute scrivere,
non c’è luogo
non c’è deviazione
da strade e maestri
da cortili da pulire
o da negre rabbie ridicole,
non c’è respiro per la tromba
o per le note ultraveloci, c’è
la ragnatela malevola,
penzola
dalle buone intenzioni,
non
dalle buone intuizioni,
sono in apartheid,
come gli estremi patologici,
ci sono le ferite
e la fatica che non è
fama, né gloria, l’inferno
resta lì,
sotto il tavolino
nel locale fumoso,
e quei quattro cani che ti ascoltano mica
cambiano le cose, non c’è
un altro personaggio, per te,
o pensieri che fanno girare gli altri, la vita
corre e viene come viene, e va,
non c’è un gioco che resista
allo schianto di dirsi adulti,
di essere detti adulti
di essere fucilati adulti,
battersi è vano, e invano, che
non è più bello battersi
quando è vano,
non c’è uno spazio e c’è un vuoto,
nessuno al volante
sulla strada del tuono,
non c’è un temporale
e fa male
ma il vestito di Mary
non ondeggia e non c’è bellezza
nessuna terra da scoprire
è tardi e no,
non possiamo più farcela,
la chitarra non parla più, sono finite
le eccezioni, e il ridicolo
di scrivere poesie
può ucciderti se non sai scrivere
non puoi scrivere
non scrivere, sono finite
le parole, finite male
e i detriti sono troppi perché
l’acqua scorra, niente corre,
non c’è spazio, nelle vastità
dello spazio, nelle galassie
non c’è spazio e nemmeno nei corpi,
non c’è apertura di fiume
per il cadere di Narciso,
ci sono tubi dritti e stretti e portano
davanti al Nemico,
qualcosa, o tutto
di quel che abbiamo detto
ora è errato,
resteremo indietro, indietro
dove non c'è spazio per stare
o per andare
o per tornare o per gridare
e non c'è mare
che non renda stanchi,
resteremo col grugno
infilato in una maschera
per vent'anni e altri venti
che non c'è tana per scoprire
uno stupore o un pianto, un tremore,
rivoluzioni troppo piccole,
non c'è spazio per spostarsi,
rifiuta la tua pelle
addormenta i tuoi sensi
muori la vita, muori,
che non c'è un luogo di corpo
né di onestà,
il sangue resta chiuso
dentro
le vene, le armi
porte come mani
prima delle mani, le lame
per dividere, per velare.
le porte sono chiuse
e la sconfitta è totale.
Abbiam mancato il dono, nessuno
non c'era nessuno da incontrare.
no non c’è
non c’è spazio
per l’inquietudine di fondo
per il fondo gentile del fondo degli occhi
no,
la cosmogonia è andata, e le città invivibili
restano,
invisibili
come donne che non si sono
potute scrivere,
non c’è luogo
non c’è deviazione
da strade e maestri
da cortili da pulire
o da negre rabbie ridicole,
non c’è respiro per la tromba
o per le note ultraveloci, c’è
la ragnatela malevola,
penzola
dalle buone intenzioni,
non
dalle buone intuizioni,
sono in apartheid,
come gli estremi patologici,
ci sono le ferite
e la fatica che non è
fama, né gloria, l’inferno
resta lì,
sotto il tavolino
nel locale fumoso,
e quei quattro cani che ti ascoltano mica
cambiano le cose, non c’è
un altro personaggio, per te,
o pensieri che fanno girare gli altri, la vita
corre e viene come viene, e va,
non c’è un gioco che resista
allo schianto di dirsi adulti,
di essere detti adulti
di essere fucilati adulti,
battersi è vano, e invano, che
non è più bello battersi
quando è vano,
non c’è uno spazio e c’è un vuoto,
nessuno al volante
sulla strada del tuono,
non c’è un temporale
e fa male
ma il vestito di Mary
non ondeggia e non c’è bellezza
nessuna terra da scoprire
è tardi e no,
non possiamo più farcela,
la chitarra non parla più, sono finite
le eccezioni, e il ridicolo
di scrivere poesie
può ucciderti se non sai scrivere
non puoi scrivere
non scrivere, sono finite
le parole, finite male
e i detriti sono troppi perché
l’acqua scorra, niente corre,
non c’è spazio, nelle vastità
dello spazio, nelle galassie
non c’è spazio e nemmeno nei corpi,
non c’è apertura di fiume
per il cadere di Narciso,
ci sono tubi dritti e stretti e portano
davanti al Nemico,
qualcosa, o tutto
di quel che abbiamo detto
ora è errato,
resteremo indietro, indietro
dove non c'è spazio per stare
o per andare
o per tornare o per gridare
e non c'è mare
che non renda stanchi,
resteremo col grugno
infilato in una maschera
per vent'anni e altri venti
che non c'è tana per scoprire
uno stupore o un pianto, un tremore,
rivoluzioni troppo piccole,
non c'è spazio per spostarsi,
rifiuta la tua pelle
addormenta i tuoi sensi
muori la vita, muori,
che non c'è un luogo di corpo
né di onestà,
il sangue resta chiuso
dentro
le vene, le armi
porte come mani
prima delle mani, le lame
per dividere, per velare.
le porte sono chiuse
e la sconfitta è totale.
Abbiam mancato il dono, nessuno
non c'era nessuno da incontrare.
giovedì 13 marzo 2014
rilevazioni
la stanchezza dà allucinazioni uditive,
stacca il mondo come un chiodo.
cado.
non trovo rifugio.
il ripetersi delle notti e dei giorni,
il ripetersi, e ancora,
uguale, dio ancora lo stesso giorno, no,
non mi aggrappo.
faccio, faccio disperatamente faccio,
mi faccio di futuro in endovena
e le occhiaie poco erotiche di eroina,
che il problema è il tempo,
io non vedo più
lo scorrere del tempo verso dove.
ti amo, ti amo, ti amo
o forse solo ti chiamo dove sei,
pronto, ma a che cosa, pronto, ma come si fa,
forse solo ti chiamo aiuto, ti chiamo salvami, ti chiamo annego
e non voglio darti questi no(m)i.
(non si può vivere,
non si può scrivere,
non si può.)
stacca il mondo come un chiodo.
cado.
non trovo rifugio.
il ripetersi delle notti e dei giorni,
il ripetersi, e ancora,
uguale, dio ancora lo stesso giorno, no,
non mi aggrappo.
faccio, faccio disperatamente faccio,
mi faccio di futuro in endovena
e le occhiaie poco erotiche di eroina,
che il problema è il tempo,
io non vedo più
lo scorrere del tempo verso dove.
ti amo, ti amo, ti amo
o forse solo ti chiamo dove sei,
pronto, ma a che cosa, pronto, ma come si fa,
forse solo ti chiamo aiuto, ti chiamo salvami, ti chiamo annego
e non voglio darti questi no(m)i.
(non si può vivere,
non si può scrivere,
non si può.)
sabato 15 febbraio 2014
la montagna d'argilla
La sera tardi
nella piccola casa sulla montagna grande
torna il Gatto Riccardo e cerca voci oltre la neve,
che la neve
cade in silenzio
e non è delicata
(ma i cittadini, lo dimenticano).
La sera tardi
nella casa fragile sulla montagna d'argilla,
giovani umani
arrampicati alla vita inventano cibi
e futuri imprevisti,
l'urbanesimo in direzione contraria
somiglia ad umanesimo.
Un battesimo.
La sera tardi
sul letto sotto il tetto
di legno della casa umida
giovani mani si cercano, si tengono, come se
fosse parlabile
questo lasciare impronte sui palmi
dei loro sogni.
La sera tardi
se esci dalla casa sulla montagna d'argilla
respiri resistenza, altre leggi,
sotto un albero generoso
a braccia aperte sotto la neve
accendi un fuoco dentro la neve,
la neve profonda,
"il destino è tramontare, sgretolarsi":
la montagna crolla e uccide
il piccolo treno,
la montagna culla, consolando
nel suo ventre la sua fine.
Ma
la sera è tardi,
per la casa, la montagna e l'argilla,
è tardi per la neve,
il Gatto Ritardo,
i giovani umani erano,
quanti sono venticinque anni,
la sera è tardi,
un solo ultimo sole,
si son sciolti
i lampioni sotto la neve,
forse moriremo oggi,
in questa salita finale,
e non tradurremo
Oἳ σύνέχειν ἀλλά συμπάθειν ἒΦυν,
che è tardi per il gioco
per il greco
per il treno
per l'autostop della vecchia infermiera,
infermiera per vecchi
per i quali è troppo tardi, per quanti anni
esce col buio, l'autostrada, la pioggia,
esce e si trova sola nel suo ringraziare
e ringraziare la solitudine, e non trovarsi più,
l' uscire di nuovo col buio, l'autostrada, la pioggia,
è tardi per le gambe, tardi per la salita,
la passeggiata è finita e anche le ciaspole,
finite, tardi,
è tardi per la campana,
per la capanna nascosta, è tardi per le parole
per la vita da cui provieni, che visse la capanna, che scrisse sulla pietra
le parole "è tardi",
come campane che battono, troppo tardi,
per lo straniero strano che vive un esitare
e un esitare e ora
timido e curioso veglia gli alberi, non sente la campana
e la capanna lui
non sa collegarla alle parole scritte sulla pietra,
né alla vita che ora è passata davanti ai suoi occhi,
la vita passata, e ormai
affidata ai tuoi occhi, alle tue gambe,
e mai lo saprà, perché è tardi
e invece trova
quadri di paesaggi abbandonati e li appende e mostra
come segreti da vedere, da capire che è tardi,
per la foresta inclinata penzolante protesa verso il precipizio verso
il mare, lontano,
tardi per l'infanzia di un padre che non la rivuole, tardi,
un'infanzia a picco sul mare, un precipizio
per toccare l'acqua del mare con i piedi nudi, è tardi,
per il Mare tra le Terre, tardi,
per il cartello ANTIBES che crudele esiste ancora
e ormai è tardi per tornare
dove muore un padre,
è tardi per immaginare, o chiedersi, troppo tardi per salvare,
e anche, è tardi
per il bianco della neve e il rosso della pelle, le labbra e il mischiarsi,
mischiarsi di ricordi non miei ma di cui sono
ospite, o figlia, tardi per i fogli che non mi prevedevano e invece,
è tardi per le stelle ridenti,
e per chiederci di nuovo
dov'è il sole di notte, e per crederci di nuovo, che c'è ancora,
è tardi per le tristezze larghe,
per il tuo terrore di me,
per la tua rabbia notturna
e il tuo consolarmi all'alba è tardi,
per esserci capiti
e il mio trauma panico,
rivederti
è stato tutto in un momento
tutto era tardi mentre era compiuto,
tu lo sapevi
e io lo tacevo.
venerdì 3 gennaio 2014
protolangue
S'incontrarono che era inverno in un'altra lingua. Non avevano le parole giuste, mai, ma avevano la voglia di fare fatica, e che fosse fàtica. Usavano le parole sbagliate nel modo oscuro e bello, se le toglievano a vicenda dalle tasche e le guardavano saltellare via, effimere come grilli, o lucciole. Come loro. Come loro, sfioravano spesso l'orlo di uno scomparire, una dissolvenza ineluttabile li aspettava al fondo della tela di fondo che fingeva un cielo, e lo sapevano, ma lo sorridevano via. Le parole erano un caso, un mondo improbabile che aveva anche un nome logico e ridicolo, "lambdà", un mondo con l'accento. Le parole erano un caos, cascavano e tremavano in tutte le lingue, e dopo schnocks e uruluburu abbandonarono definitivamente l'alveo delle neolatine. Alcune restavano impigliate tra i capelli di lei, creando nodi ingiustificabili dinanzi alle leggi del mondo normale, che non esagerava e si chiamava solo mondo w, o "doublevé". Ma la condanna di w non valeva (in) lambda, i nodi erano nidi, per esperare insieme futuri interiori. Le parole appoggiate sulle labbra facevano il solletico, facevano i baci, le parole scivolate in fondo agli occhi innescavano visioni halucinatoires, e li tenevano in bilico ognuno sull'abisso dell'altro, per giorni senza sonno e senza cibo. Le parole nascoste nelle maniche cadevano per terra senza rompersi, le parole electroswing li facevano ballare da lupi, con le parole sporche si lavavano l'un l'altra dal tanfo benpensante all'amuchina, e si profumavano di lavanda e di loro, con le parole dolci accendevano fuochi per scaldarsi in cima a colline ghiacciate con vista banlieue, le parole anarchiche li facevano arrampicare oltre i limiti di notti e cancelli, nessuna parola, mai, li autorizzava. Altre parole avvolgevano le mani di lui, disegnando tante nuove linee irregolari sui suoi palmi, e allora gli bastava accarezzarla. E le diceva di carne di marmo, di sangue e neuroni, di sogni ed umani, di rivoluzioni esperimenti, di pirati e ricerche, attraverso il tempo, di ignoto, di morte, di amare et se moquer. La loro lingua era meno, era una protolingua, fragile e millenaria, non si consolidava mai perché la radice di ogni lemma significava "sbriciolarsi" e il nome proprio più diffuso era Effimero. Così la lingua passava, dimenticava il senso e l'interpretazione e si doveva sempre ricominciarla dagli occhi, dal silenzio aperto che li faceva tremare. Traducevano piangere, ridere, amare, musica, dolore, si traducevano per mano per strada cantando il buio e l'ivresse, si traducevano agli amici, si traducevano il cinema, il teatro e i fumetti, si traducevano nelle sinapsi dell'altro da elettricità a chimica a décharge, si traducevano dalla corteccia alla colonna, traducevano il metrò in trome, poi in traume e in sogno, traducevano le feste in tempeste, le discussioni in mondi possibili, i loro estranei in loro simili, le fragilità in abbracci, si traducevano nei corpi e nelle anime, si traducevano le vite, e tradivano, sì, ma solo il replicare, il senso letterale.
S'incontrarono che era inverno in una voce, che era la carne delle parole, e le confusero tutte, e si fusero-con la bozza di un pensiero antico e antiadattivo, radiattivo, prezioso non come l'oro ma come l'orlo, cioè come loro.
sabato 28 dicembre 2013
persone s(com)parse
che
le morti senza cadavere
andrebbero depenalizzate,
nel senso che andrebbe abolita la pena
lo strazio sempiterno
di averle ammazzate,
le persone vive amate
le persone vive armate,
e non per legittima difesa.
bisognerebbe morire
i giorni della me morìa, il male sordo,
i giorni del ricordo,
i giorni del mi scordo, ti scordo, ci scordo
e non ci s(u)ono più,
le mordo le nostalgie e poi le sputo,
per non chiedere a nessuno come si sia potuto
passare dal noi al no,
a darsi per sconosciuto.
bisognerebbe morirli tutti
quei momenti brutti
dell'imbarazzo di rivedersi in tram
per dirsi ciao come stai come stiàm
in piedi seduti o il solito tran-tràn,
sai ho comprato un càn,
son diventato imàm,
ti aggiungo su instagràm
così ci rivediàm
in foto.
e me ne fotto! dei commenti
che non lascerai sotto
le mie tinte narrazioni,
siamo nazioni diverse
le abbiam disperse le emozioni.
ma questo non si dice,
si pen(s)a.
bisognerebbe togliersi il lutto
e sorridere tutto
il bello che è stato,
è un dolore delicato
quello delle morti senza morti,
dovrebbe esser protetto non sepolto
e piantato negli orti delle nuove vite,
nelle vecchie ferite
riaperte come braccia mai disamate,
e neanche dissanguate, ma pensate
ancora sensate
nelle notti destate
a riveder passi, sassi
e passati.
le morti senza cadavere
andrebbero depenalizzate,
nel senso che andrebbe abolita la pena
lo strazio sempiterno
di averle ammazzate,
le persone vive amate
le persone vive armate,
e non per legittima difesa.
bisognerebbe morire
i giorni della me morìa, il male sordo,
i giorni del ricordo,
i giorni del mi scordo, ti scordo, ci scordo
e non ci s(u)ono più,
le mordo le nostalgie e poi le sputo,
per non chiedere a nessuno come si sia potuto
passare dal noi al no,
a darsi per sconosciuto.
bisognerebbe morirli tutti
quei momenti brutti
dell'imbarazzo di rivedersi in tram
per dirsi ciao come stai come stiàm
in piedi seduti o il solito tran-tràn,
sai ho comprato un càn,
son diventato imàm,
ti aggiungo su instagràm
così ci rivediàm
in foto.
e me ne fotto! dei commenti
che non lascerai sotto
le mie tinte narrazioni,
siamo nazioni diverse
le abbiam disperse le emozioni.
ma questo non si dice,
si pen(s)a.
bisognerebbe togliersi il lutto
e sorridere tutto
il bello che è stato,
è un dolore delicato
quello delle morti senza morti,
dovrebbe esser protetto non sepolto
e piantato negli orti delle nuove vite,
nelle vecchie ferite
riaperte come braccia mai disamate,
e neanche dissanguate, ma pensate
ancora sensate
nelle notti destate
a riveder passi, sassi
e passati.
domenica 22 dicembre 2013
corro via cantando
e decisamente non sono io con il bicchiere dorato contro il tuo come se fosse normale, con uno sguardo pronto per il pubblico passante, decisamente non sono mie le unghie lungh(i)e smaltate rosse le labbra imprigionate in un rossetto che si tira, decisamente non sei tu incastrato nella maglietta a righe che in finite notti ti ho tolto come se fosse premessa. decisamente guardi me oltre l'abisso, con la bellezza impossibile nella tua profonda superficie di pelle e occhi, con te nasco sto dentro che cerchi di rendere ironia l'agonia e sorriso il dolore che (s)offri ma non vuoi. qui mi fai paura. forse siamo stati, in tante altre foto non fatte,
e qui è la tua voce, mi trova come un presentimento rappresa tra il satellite e il mio timpano, è tanto, e intanto il mio cuore infarta desideri di cui non credeva poter sperare. e io mi sento opaca e letteraria e tu ancora mi dici qui mi hai fatto paura, vola, gioca, sogna, sfiora le mani che vorrebbero prenderti e corri via cantando,
io resto lottando tutta questa felicità di sapere che mi sai, e io ti so(no).
Non avere paura che io ne ho tanta, ma ho in me sempre tutto il tè che mi hai preparato, tutto il te che mi hai insegnato nel caldo dell'umido, non potranno prendermi, tenermi, catturarmi, contornarmi perché so(g)no te e porto il tuo sguardo nel mio occhio le tue mani nel mio tatto i tuoi denti nei miei morsi le tue erezioni nelle mie eruzioni i tuoi pensieri nei miei capelli il tuo cuore nel mio non muore, e così forse non morirò. neanch'io.
e qui è la tua voce, mi trova come un presentimento rappresa tra il satellite e il mio timpano, è tanto, e intanto il mio cuore infarta desideri di cui non credeva poter sperare. e io mi sento opaca e letteraria e tu ancora mi dici qui mi hai fatto paura, vola, gioca, sogna, sfiora le mani che vorrebbero prenderti e corri via cantando,
io resto lottando tutta questa felicità di sapere che mi sai, e io ti so(no).
Non avere paura che io ne ho tanta, ma ho in me sempre tutto il tè che mi hai preparato, tutto il te che mi hai insegnato nel caldo dell'umido, non potranno prendermi, tenermi, catturarmi, contornarmi perché so(g)no te e porto il tuo sguardo nel mio occhio le tue mani nel mio tatto i tuoi denti nei miei morsi le tue erezioni nelle mie eruzioni i tuoi pensieri nei miei capelli il tuo cuore nel mio non muore, e così forse non morirò. neanch'io.
giovedì 12 dicembre 2013
12 12 13
Dodici dodici dodici fu quasi anniversario,
l'ultimo compleanno di un pomeriggio profumato
di ventanni, farfalle ai gamberetti,
calore nascente e guance rosse,
e infatti era perfetto,
dodici dodici tredici invece va avanti a contare da solo
e non è più niente.
Non ho più niente.
La canzone dei folli l'ho seguita fono in fondo,
ragazzo,
mi hai detto se vuoi provare vai fino in fondo,
in fondo alla canzone di Bukowski,
if you're going to try, go all the way.
Otherwise, don't even start.
This could mean losing girlfriends, wives, relatives and maybe
even your mind.
It could mean not eating for three or four days.
It could mean freezing on a park bench.
It could mean jail.
It could mean derision. It could mean mockery and isolation.
Isolation is the gift.
All the others are a test of your endurance, of how much
you really want to do it.
And, you'll do it, despite rejection and the worst odds.
And it will be better than anything else you can imagine.
If you're going to try, go all the way.
There is no other feeling like that.
You will be alone with the gods, and the nights will flame with fire.
You will ride life straight to perfect laughter.
It's the only good fight there is.
L'unica battaglia giusta che esista,
e allora sono partita,
e mi prendo in dono
rigetto derisione odio isolamento,
e mi tengo in grembo
incomprensione freddo silenzio e fame,
e questo anniversario che piange e mi guarda e non capisce,
ultima bruciatura
nel calendario dei sogni che nacquero
e non sopravvissero.
http://www.youtube.com/watch?v=Sx5uFG28BFE
lunedì 25 novembre 2013
non ne sapevo niente
Nove dieci undici dodidici tredici, dagli anni zero il tempo numerico incalza le parole sprecate, appese al bianco, sottratte alla mancanza, parole mortificate di essere passate dal nulla al così poco, imbarazzate dalla necessità insoddisfatta di raggiungere un punto. Ma quando ho cominciato, all'asilo con una favola su un melograno magico, no erano tre, tre melograni magici, tre principesse e un principe, quando ho cominciato non ne sapevo niente. Mi piacevano le favole raccolte da Calvino, il rapporto maschi-femmine era quasi sempre uno a tre, o tre a uno, a seconda del sesso del protagonista. Tre fratelli, tre sorelle, tre pretendenti, tre prove, tre doni, tre nobili di un qualche genere, di solito reali ma irreali, che da piccola sapevo, naturamente, che era tutto finto, ma con inquietudine sentivo salire tra le mie ombre più informi l'andamento ripetuto di tamburo di quelle pagine. Non conoscevo la parola "inesorabile", l'ho imparata poi, a un certo punto, anche abbastanza presto. La mia, comunque, era una favola brevissima e un po' sgrammaticata, con qualche scarabocchio poco comprensibile, le E e le S spesso voltate al contrario, a guardarsi indietro, dubbiose forse dell'ESattezza delle loro colleghe irrimediabilmente scritte.
[E in quelle E e in quelle S infantili, Freud vedrebbe forse me, alla fine: compiaciuto della perfezione ironica e rivelatrice della forma, leggerebbe in quelle letterine invertite la volontà profonda del mio ES, un impulso sfrenato al voltarmi appunto indietro, all'esistere al contrario, contro la linearità e la progressione e il miglioramento, desiderio pulsante di esistere come non si può.]
[E in quelle E e in quelle S infantili, Freud vedrebbe forse me, alla fine: compiaciuto della perfezione ironica e rivelatrice della forma, leggerebbe in quelle letterine invertite la volontà profonda del mio ES, un impulso sfrenato al voltarmi appunto indietro, all'esistere al contrario, contro la linearità e la progressione e il miglioramento, desiderio pulsante di esistere come non si può.]
giovedì 14 novembre 2013
questa confusione sono io
Parappappappararara pappapparrarrarrà, parappappappararara...
...Mi dispiace, avete ragione ad essere arrabbiatini, vi ho chiamati nel bel mezzo della notte, vi ho svegliati...Siete venuti tutti. Siete venuti tutti apposta, sì, è vero, avevo una storia da raccontarvi, ma adesso...
...Ma non importa, dai, vi spiego più tardi, eh, magari domattina a colazione davanti a un bel caffè. Non fate quelle facce, su, non è mica un funerale. Parlatemi un po’ voi, adesso. Ho voglia di ascoltarvi, come state? Avete trovato bene la strada per arrivare? Lo so, è un po’ buia, i lampioni si son tutti fulminati...Sì, nonna, lo so, è da sei mesi che non funzionano, ma qui se non ci penso io non ci pensa nessuno, e non ho ancora avuto tempo, non riesco mai ad uscire, te l’ho già spiegato...Ma no, non è che rimando sempre, è che ho molto da fare, qui...No, non è vero, mamma, non passo tutte le mattine a dormire, mi alzo verso le dieci, ma guarda che la notte lavoro fino alle quattro, e se non dormo almeno sei ore...Lavoro, lavoro, professoressa, sì, guardi, sono sempre al computer, a scrivere, un bruciore agli occhi...Cosa scrivo? Ma lo sa, no, cosa scrivo? Lo sapete tutti...Quante volte devo ripetervelo...Cucio insieme le storie...No, non le mie. Quelle che rubo. Ah, e non cominciate con il coro tragico, per favore! Mai un lavoro serio, mai un lavoro serio, mai uno stipendio...Non rompetemi le scatole, su, state buonini, ho 25 anni, saprò io cosa voglio fare della mia vita! E se non lo so, peggio per me! E se non mi interessano i soldi, e se non so tutelarmi o investire per il futuro, vivrò finché potrò e poi amen, mica devo invecchiare per forza, chi se l’è inventeta ‘sta regola? E se volessi tagliare la corda prima, andarmene fuori dalle scatole? Se a trent’anni decidessi che adieu la vie, merci c’est tout? Che male ci sarebbe? Perché state sempre a giudicarmi, ad angosciarvi per me? Ma lasciatemi stare, lasciatemi respirare, Cristo! Ulisse! Swarovski, Sasha! Cosa fate lì nell’angolo? Venite, venite, presentatevi agli altri, sto parlando di voi! Coraggio, non siate timidi, ragazzi! Ecco, vedete? Questi tre signori sono le mie prime vittime, eheh...Sgnack, sgnack! No, no, niente di cruento, vero, ragazzi? Sono stati così generosi con me, sapete...Dico sul serio. E non hanno niente, loro, vedete, sono senza-tetto, che sta per senza-tutto, hanno solo la loro vita, e si può vivere lo stesso. Nuda vita, esatto. I signori vivono per strada, e mi hanno regalato l’unica cosa che possiedono...La loro storia. No, no, non è vero, non è esatto...Non è un regalo è un furto, l’ho rubata, ho rubato le loro parole, i loro dolori, i loro ricordi...Snap! Intervistati. Registrati. Avevo l’impressione di aiutarli. Vi ho aiutati? Uli’, cosa dici?
Adele! Ma sei arrivata anche tu? Ma guarda...Ma no, ma non dovevi disturbarti, ma grazie...Guardate, Adele ci ha preparato la cena! Lasagne alla bolognese, buonissime...Gnam! Prendete, prendetene un piatto, tutti quanti! Ma sì, Aidi, sì che mangio, tranquilla...Eh lo so, la casa è un po’ in disordine, è vero, non riesco a tenerla come quando vivevamo insieme, ma è un periodo, davvero, passerà, va già meglio, sto già trovando delle idee, sai, comincia ad essere tutto un po’ più chiaro...Ma guarda chi c’è! Ricky, Sonia, Clem, Thomas...C’è anche Loic...Salut les gars! Sono venuti apposta, anche loro, da Parigi? Li hai avvertiti tu? Hai fatto bene...Grazie...
...Che bella sorpresa, che bel regalo mi avete fatto...Non volevo essere antipatica, prima, scusatemi...Sono un po’ nervosetta. Non vi avevo mai visti tutti insieme! Quanti siete...Nonna, ma chi sono quei bambini con il grembiulino, che giocano in terrazzo...Te li ricordi, tu? Ah, sono i miei compagni di scuola? Ma certo, è vero...No, non voglio disturbarli, guardali, giocano così bene...A nascondino, credo. No, è un due tre stella. Inseguono i gatti, è pazzesco come si capiscono...No, sono troppo belli, non voglio interromperli. E poi non mi riconoscerebbero mica, loro sono rimasti uguali, e invece io...
...Che bella musica! Sì, ballate, ballate, prendetevi tutti per mano! Così! Ciao Halina, ça va? Ecco, sì, danse un peu pour nous...E tu Lisa, ci canti qualcosa? Prendi il microfono, sì, per favore...Dio, sentite com’è brava, che bella voce...Sto bene, all’improvviso tutto questo calore, sono così felice, quanta bellezza mi circonda, mica me lo merito...Lisa, cosa sarà questa sensazione strana, la provi anche tu? Mi fa un po’ paura, amica mia, mi sento alla fine, come alla fine di tutto, continua a cantare, ti prego, mi fa stare meglio...
...Zeno...Ma dov’eri finito? Ti piace questa musica...Te la ricordi? Parappappappararara papparapappappà...E’ da così tanto che non balliamo insieme...Non mi dici niente? Sì, è vero, questa giacca...Me l’hai regalata l’anno scorso, per il mio compleanno. L’abbiamo comprata in Normandia. E poi mi hai fatto delle foto così buffe...Ero felice, sì, ragazzo, tanto. Sembarva tutto possibile, la vita come un vortice spalancato, e noi sull’orlo, pronti a lasciarci cadere dentro, insieme...Qualunque cosa sarebbe successa, sembrava...Che non ci avrebbe mai divisi, mai allontanati davvero...”C’è un amore che non muore mai, più lontano degli dei, a sapertelo spiegare che filosofo sarei”...E adesso...Adesso non lo so. Forse sto andando via, forse voglio partire ancora, per tanto tempo...Forse voglio perderti e sognarti per tutta la vita, voltarmi a contemplare il tuo ricordo, bellissimo, lucente...Forse voglio avere nostalgia di te per sempre, fino alla fine della fine del tempo, sentire nel cuore il buco nero della tua assenza allargarsi e assorbire tutto, forse io posso amare solo chi mi manca, conosco solo questo tipo di amore asoluto...So che nessuno può capire quello che sto dicendo, che sembro delirante, ma so che tu...Zeno...Tu mi capisci, vero? Capiresti se io ti ritrovassi tra cinquanta, tra sessant’anni, capiresti se suonassi al tuo campanello e ti abbracciassi forte e ti dicessi è ora, se vuoi andiamo...Capiresti se la morte avesse i miei occhi, e io i tuoi...Zeno...Perché mi guardi così? Perché sorridi? Non capisco mai cosa vuoi dirmi quando mi sorridi così...Mi perdoni, mi condanni, mi prendi in giro? Mi ascolti? Stavo scherzando...Stavo solo provando ad essere sincera...
Scusami, scusatemi tutti. Vi ho chiamati nel cuore della notte, vi ho fatti correre qui, in questa casa sperduta, disordinata e vuota...Pensavo di avere qualcosa di importante da dirvi. Una storia da raccontarvi, come Ulisse e gli altri l’hanno raccontata a me...La mia, la mia storia. Che poi è anche un po’ la vostra, perché la mia storia, senza di voi, è...Come questa casa. Volevo riempire le stanze...Riempire il racconto con i miei personaggi...Voi, dolcissime creature...Perdonatemi, non avevo capito, non sapevo...Non lo sapevo, ma ora credo di intuire, non c’è nessuna storia, non posso raccontarvi nulla. Non c’è qualcosa da dire, non c’è un’idea, non c’è una svolta non c’è niente di niente da nessuna parte. Per me la faccenda potrebbe finire qui. - Perché non sai voler bene. – Perché non ci credo più. – Perché non sai voler bene. – Perché non è vero che qualcuno possa salvare qualcun altro. – Perché non sai voler bene. – E soprattutto, perché non mi va di raccontare un’altra storia bugiarda. Ma chissà poi cosa volevo scrivere. Che mostruosa presunzione credere che gli altri si gioverebbero dello squallido catalogo dei miei errori, non trovate? E persino a me, cosa me ne frega di cucire insieme i brandelli della mia vita, i miei vari ricordi, o i volti delle persone che non ho saputo amare mai...
...Forse la storia era solo una scusa. Forse volevo solo avervi qui, chiudere la porta a chiave e tenervi tutti con me. Accendere il camino, cucinare tutti insieme, sentire la tormenta di neve, fuori, proteggervi e proteggermi dal mondo e dal tempo. Pensavo che potesse funzionare...Vi avrei detto...Non lo so, mi sembrava tutto chiaro, di avere qualcosa di semplice, di così semplice da dire. Adesso è di nuovo tutto confuso, ma...Questa confusione sono io. Io come sono, non come vorrei essere. E non mi fa più paura. Dire la verità, quello che non so, che cerco, che non ho ancora trovato...Solo così, mi sento viva.
Jules? Ci sei anche tu? Che bello vederti. Merci. Tu me comprends, oui? Sto facendo bene, vero? Guarda, lo sto dicendo a tutti, finalmente, faccio la rivoluzione.
E’ una festa, la vita! Viviamola insieme! E’ come un grande circo, che copre la superficie della terra! Un circo a cui prendono parte gli animali, le pietre e anche le ombre... ...Viviamola insieme. Vi faccio ridere? Sì, avete ragione, è tutto molto ridicolo, siamo buffi, miei amati personaggi...Siamo molto buffi, ma va bene così! Non c’è da aver paura! Non capite? E’ la vita, è così fragile, non è niente di serio, fate quello che potete...Guardatevi...Scaldatevi...Siete qui, ora, per caso, per fortuna, e non sarà per molto tempo...Siate felici, quando riuscite...Tenetevi compagnia, è così fragile...Non abbiate paura per me, io sto bene, e vi amo molto...Cosa sarei senza di voi? Vivo con in mano una valigia, ma non sono capace di lasciarvi.
Di piantare tutto e ricominciare la vita da capo. Di scegliere una cosa, una cosa sola, ed essere fedele a quella. Riuscire a farla diventare la ragione della mia vita, una cosa che raccolga tutto, che diventi tutto perché è la mia fedeltà che la fa diventare infinita...Voi siete capaci? Io no. Non sono capace. Io voglio prendere tutto, arraffare tutto, non so rinunciare a niente. Cambio strada ogni giorno perché ho paura di perdere quella giusta, e sto morendo, come dissanguata.
Tac. La storia comincia così.
Ma ve ne state andando? Di già?
Papà! Fermati, aspetta, non andare via, non ti avevo visto...Non osavo sperare che venissi anche tu...Avrei così tante cose da chiederti, non c’è stato tempo...Fermati un po’, adesso, ti prego...Non importa, anche se non c’è più tempo, mi basta che stai qui, anche se non posso più abbracciarti, mi basta poterti guardare, solo un po’...Siediti qui...Dimmi qualcosa, solo per sentire ancora la tua voce...La casa si svuota, la luce si affievolisce, sì, è vero...Vanno via tutti. Forse hanno capito che è solo un altro trucchetto, un gioco retorico...Ho provato a farli restare. Ho provato a dire qualcosa di vero, ma alla fine hai visto, non ce l’ho fatta, ho di nuovo abbellito la realtà, ho mentito. Hanno ragione, sai, non è l’inizio, questo, è quasi la fine della storia. Viene buio. E loro se ne vanno, non ne possono più, li capisco. Ma tu resta...Per favore. Il buco nero della tua assenza...E’ diventato il mio modo di non perderti mai. No, non possiamo chiuderlo, assorbe tutta le luce, ma possiamo entrarci dentro insieme. Vuoi? Non devi fare niente, resta qui, e basta. Faccio un tè caldo, facciamo merenda, parliamo un po’. Anche se abbiamo solo pochi secondi, ti prego, facciamo finta. Di avere tutta la notte, tutta la vita. Forse, dopotutto, avremo tutta la morte. Sono così felice che tu sia venuto, mi mancava tanto il tuo profumo, lo cercavo sempre sulle tue camice. Parappappappararara...papparapappappà...
...Mi dispiace, avete ragione ad essere arrabbiatini, vi ho chiamati nel bel mezzo della notte, vi ho svegliati...Siete venuti tutti. Siete venuti tutti apposta, sì, è vero, avevo una storia da raccontarvi, ma adesso...
...Ma non importa, dai, vi spiego più tardi, eh, magari domattina a colazione davanti a un bel caffè. Non fate quelle facce, su, non è mica un funerale. Parlatemi un po’ voi, adesso. Ho voglia di ascoltarvi, come state? Avete trovato bene la strada per arrivare? Lo so, è un po’ buia, i lampioni si son tutti fulminati...Sì, nonna, lo so, è da sei mesi che non funzionano, ma qui se non ci penso io non ci pensa nessuno, e non ho ancora avuto tempo, non riesco mai ad uscire, te l’ho già spiegato...Ma no, non è che rimando sempre, è che ho molto da fare, qui...No, non è vero, mamma, non passo tutte le mattine a dormire, mi alzo verso le dieci, ma guarda che la notte lavoro fino alle quattro, e se non dormo almeno sei ore...Lavoro, lavoro, professoressa, sì, guardi, sono sempre al computer, a scrivere, un bruciore agli occhi...Cosa scrivo? Ma lo sa, no, cosa scrivo? Lo sapete tutti...Quante volte devo ripetervelo...Cucio insieme le storie...No, non le mie. Quelle che rubo. Ah, e non cominciate con il coro tragico, per favore! Mai un lavoro serio, mai un lavoro serio, mai uno stipendio...Non rompetemi le scatole, su, state buonini, ho 25 anni, saprò io cosa voglio fare della mia vita! E se non lo so, peggio per me! E se non mi interessano i soldi, e se non so tutelarmi o investire per il futuro, vivrò finché potrò e poi amen, mica devo invecchiare per forza, chi se l’è inventeta ‘sta regola? E se volessi tagliare la corda prima, andarmene fuori dalle scatole? Se a trent’anni decidessi che adieu la vie, merci c’est tout? Che male ci sarebbe? Perché state sempre a giudicarmi, ad angosciarvi per me? Ma lasciatemi stare, lasciatemi respirare, Cristo! Ulisse! Swarovski, Sasha! Cosa fate lì nell’angolo? Venite, venite, presentatevi agli altri, sto parlando di voi! Coraggio, non siate timidi, ragazzi! Ecco, vedete? Questi tre signori sono le mie prime vittime, eheh...Sgnack, sgnack! No, no, niente di cruento, vero, ragazzi? Sono stati così generosi con me, sapete...Dico sul serio. E non hanno niente, loro, vedete, sono senza-tetto, che sta per senza-tutto, hanno solo la loro vita, e si può vivere lo stesso. Nuda vita, esatto. I signori vivono per strada, e mi hanno regalato l’unica cosa che possiedono...La loro storia. No, no, non è vero, non è esatto...Non è un regalo è un furto, l’ho rubata, ho rubato le loro parole, i loro dolori, i loro ricordi...Snap! Intervistati. Registrati. Avevo l’impressione di aiutarli. Vi ho aiutati? Uli’, cosa dici?
Adele! Ma sei arrivata anche tu? Ma guarda...Ma no, ma non dovevi disturbarti, ma grazie...Guardate, Adele ci ha preparato la cena! Lasagne alla bolognese, buonissime...Gnam! Prendete, prendetene un piatto, tutti quanti! Ma sì, Aidi, sì che mangio, tranquilla...Eh lo so, la casa è un po’ in disordine, è vero, non riesco a tenerla come quando vivevamo insieme, ma è un periodo, davvero, passerà, va già meglio, sto già trovando delle idee, sai, comincia ad essere tutto un po’ più chiaro...Ma guarda chi c’è! Ricky, Sonia, Clem, Thomas...C’è anche Loic...Salut les gars! Sono venuti apposta, anche loro, da Parigi? Li hai avvertiti tu? Hai fatto bene...Grazie...
...Che bella sorpresa, che bel regalo mi avete fatto...Non volevo essere antipatica, prima, scusatemi...Sono un po’ nervosetta. Non vi avevo mai visti tutti insieme! Quanti siete...Nonna, ma chi sono quei bambini con il grembiulino, che giocano in terrazzo...Te li ricordi, tu? Ah, sono i miei compagni di scuola? Ma certo, è vero...No, non voglio disturbarli, guardali, giocano così bene...A nascondino, credo. No, è un due tre stella. Inseguono i gatti, è pazzesco come si capiscono...No, sono troppo belli, non voglio interromperli. E poi non mi riconoscerebbero mica, loro sono rimasti uguali, e invece io...
...Che bella musica! Sì, ballate, ballate, prendetevi tutti per mano! Così! Ciao Halina, ça va? Ecco, sì, danse un peu pour nous...E tu Lisa, ci canti qualcosa? Prendi il microfono, sì, per favore...Dio, sentite com’è brava, che bella voce...Sto bene, all’improvviso tutto questo calore, sono così felice, quanta bellezza mi circonda, mica me lo merito...Lisa, cosa sarà questa sensazione strana, la provi anche tu? Mi fa un po’ paura, amica mia, mi sento alla fine, come alla fine di tutto, continua a cantare, ti prego, mi fa stare meglio...
...Zeno...Ma dov’eri finito? Ti piace questa musica...Te la ricordi? Parappappappararara papparapappappà...E’ da così tanto che non balliamo insieme...Non mi dici niente? Sì, è vero, questa giacca...Me l’hai regalata l’anno scorso, per il mio compleanno. L’abbiamo comprata in Normandia. E poi mi hai fatto delle foto così buffe...Ero felice, sì, ragazzo, tanto. Sembarva tutto possibile, la vita come un vortice spalancato, e noi sull’orlo, pronti a lasciarci cadere dentro, insieme...Qualunque cosa sarebbe successa, sembrava...Che non ci avrebbe mai divisi, mai allontanati davvero...”C’è un amore che non muore mai, più lontano degli dei, a sapertelo spiegare che filosofo sarei”...E adesso...Adesso non lo so. Forse sto andando via, forse voglio partire ancora, per tanto tempo...Forse voglio perderti e sognarti per tutta la vita, voltarmi a contemplare il tuo ricordo, bellissimo, lucente...Forse voglio avere nostalgia di te per sempre, fino alla fine della fine del tempo, sentire nel cuore il buco nero della tua assenza allargarsi e assorbire tutto, forse io posso amare solo chi mi manca, conosco solo questo tipo di amore asoluto...So che nessuno può capire quello che sto dicendo, che sembro delirante, ma so che tu...Zeno...Tu mi capisci, vero? Capiresti se io ti ritrovassi tra cinquanta, tra sessant’anni, capiresti se suonassi al tuo campanello e ti abbracciassi forte e ti dicessi è ora, se vuoi andiamo...Capiresti se la morte avesse i miei occhi, e io i tuoi...Zeno...Perché mi guardi così? Perché sorridi? Non capisco mai cosa vuoi dirmi quando mi sorridi così...Mi perdoni, mi condanni, mi prendi in giro? Mi ascolti? Stavo scherzando...Stavo solo provando ad essere sincera...
Scusami, scusatemi tutti. Vi ho chiamati nel cuore della notte, vi ho fatti correre qui, in questa casa sperduta, disordinata e vuota...Pensavo di avere qualcosa di importante da dirvi. Una storia da raccontarvi, come Ulisse e gli altri l’hanno raccontata a me...La mia, la mia storia. Che poi è anche un po’ la vostra, perché la mia storia, senza di voi, è...Come questa casa. Volevo riempire le stanze...Riempire il racconto con i miei personaggi...Voi, dolcissime creature...Perdonatemi, non avevo capito, non sapevo...Non lo sapevo, ma ora credo di intuire, non c’è nessuna storia, non posso raccontarvi nulla. Non c’è qualcosa da dire, non c’è un’idea, non c’è una svolta non c’è niente di niente da nessuna parte. Per me la faccenda potrebbe finire qui. - Perché non sai voler bene. – Perché non ci credo più. – Perché non sai voler bene. – Perché non è vero che qualcuno possa salvare qualcun altro. – Perché non sai voler bene. – E soprattutto, perché non mi va di raccontare un’altra storia bugiarda. Ma chissà poi cosa volevo scrivere. Che mostruosa presunzione credere che gli altri si gioverebbero dello squallido catalogo dei miei errori, non trovate? E persino a me, cosa me ne frega di cucire insieme i brandelli della mia vita, i miei vari ricordi, o i volti delle persone che non ho saputo amare mai...
...Forse la storia era solo una scusa. Forse volevo solo avervi qui, chiudere la porta a chiave e tenervi tutti con me. Accendere il camino, cucinare tutti insieme, sentire la tormenta di neve, fuori, proteggervi e proteggermi dal mondo e dal tempo. Pensavo che potesse funzionare...Vi avrei detto...Non lo so, mi sembrava tutto chiaro, di avere qualcosa di semplice, di così semplice da dire. Adesso è di nuovo tutto confuso, ma...Questa confusione sono io. Io come sono, non come vorrei essere. E non mi fa più paura. Dire la verità, quello che non so, che cerco, che non ho ancora trovato...Solo così, mi sento viva.
Jules? Ci sei anche tu? Che bello vederti. Merci. Tu me comprends, oui? Sto facendo bene, vero? Guarda, lo sto dicendo a tutti, finalmente, faccio la rivoluzione.
E’ una festa, la vita! Viviamola insieme! E’ come un grande circo, che copre la superficie della terra! Un circo a cui prendono parte gli animali, le pietre e anche le ombre... ...Viviamola insieme. Vi faccio ridere? Sì, avete ragione, è tutto molto ridicolo, siamo buffi, miei amati personaggi...Siamo molto buffi, ma va bene così! Non c’è da aver paura! Non capite? E’ la vita, è così fragile, non è niente di serio, fate quello che potete...Guardatevi...Scaldatevi...Siete qui, ora, per caso, per fortuna, e non sarà per molto tempo...Siate felici, quando riuscite...Tenetevi compagnia, è così fragile...Non abbiate paura per me, io sto bene, e vi amo molto...Cosa sarei senza di voi? Vivo con in mano una valigia, ma non sono capace di lasciarvi.
Di piantare tutto e ricominciare la vita da capo. Di scegliere una cosa, una cosa sola, ed essere fedele a quella. Riuscire a farla diventare la ragione della mia vita, una cosa che raccolga tutto, che diventi tutto perché è la mia fedeltà che la fa diventare infinita...Voi siete capaci? Io no. Non sono capace. Io voglio prendere tutto, arraffare tutto, non so rinunciare a niente. Cambio strada ogni giorno perché ho paura di perdere quella giusta, e sto morendo, come dissanguata.
Tac. La storia comincia così.
Ma ve ne state andando? Di già?
Papà! Fermati, aspetta, non andare via, non ti avevo visto...Non osavo sperare che venissi anche tu...Avrei così tante cose da chiederti, non c’è stato tempo...Fermati un po’, adesso, ti prego...Non importa, anche se non c’è più tempo, mi basta che stai qui, anche se non posso più abbracciarti, mi basta poterti guardare, solo un po’...Siediti qui...Dimmi qualcosa, solo per sentire ancora la tua voce...La casa si svuota, la luce si affievolisce, sì, è vero...Vanno via tutti. Forse hanno capito che è solo un altro trucchetto, un gioco retorico...Ho provato a farli restare. Ho provato a dire qualcosa di vero, ma alla fine hai visto, non ce l’ho fatta, ho di nuovo abbellito la realtà, ho mentito. Hanno ragione, sai, non è l’inizio, questo, è quasi la fine della storia. Viene buio. E loro se ne vanno, non ne possono più, li capisco. Ma tu resta...Per favore. Il buco nero della tua assenza...E’ diventato il mio modo di non perderti mai. No, non possiamo chiuderlo, assorbe tutta le luce, ma possiamo entrarci dentro insieme. Vuoi? Non devi fare niente, resta qui, e basta. Faccio un tè caldo, facciamo merenda, parliamo un po’. Anche se abbiamo solo pochi secondi, ti prego, facciamo finta. Di avere tutta la notte, tutta la vita. Forse, dopotutto, avremo tutta la morte. Sono così felice che tu sia venuto, mi mancava tanto il tuo profumo, lo cercavo sempre sulle tue camice. Parappappappararara...papparapappappà...
domenica 27 ottobre 2013
dieci
Partiamo,
ci siam detti stanotte,
andiamo via, e ridevi,
vieni, ti ho pregato,
usciamo fuori nel buio
insieme, non importa dove,
che saprà portarci.
Ma non eri tu.
Vengo sempre
a cercarti
nelle tenebre.
Ombra amata
tra tutte le ombre
che Morte ha disfatto,
ancora ti conosco
ancora mi aspetti
vicino,
ma troppo vicino
sempre troppo tardi per tenerti.
Ottobre è tornato
e tornato,
dieci volte ha steso
il suo mantello,
bianco come il cielo,e quel cielo così bianco!
E la condanna a vita
a parlare al passato.
Stanco
il mio canto non ti raggiunge,
ragazzo padre,
dieci compleanni
buchi neri,
cecitudine invincibile
che non ti vedrò più,
tranne che in sogni confusi,
non ti dirò più,
tranne che in doloranti inutili
monologhi,
andiamo via, e ridevi,
vieni, ti ho pregato,
usciamo fuori nel buio
insieme, non importa dove,
che saprà portarci.
Ma non eri tu.
Vengo sempre
a cercarti
nelle tenebre.
Ombra amata
tra tutte le ombre
che Morte ha disfatto,
ancora ti conosco
ancora mi aspetti
vicino,
ma troppo vicino
sempre troppo tardi per tenerti.
Ottobre è tornato
e tornato,
dieci volte ha steso
il suo mantello,
bianco come il cielo,e quel cielo così bianco!
E la condanna a vita
a parlare al passato.
Stanco
il mio canto non ti raggiunge,
ragazzo padre,
dieci compleanni
buchi neri,
cecitudine invincibile
che non ti vedrò più,
tranne che in sogni confusi,
non ti dirò più,
tranne che in doloranti inutili
monologhi,
sei
stato
morto sei morto,
il mio caro, amato, adorato, agognato,
sei tu
il mio morto più spietato.
morto sei morto,
il mio caro, amato, adorato, agognato,
sei tu
il mio morto più spietato.
martedì 1 ottobre 2013
povero diavolo
c'è una sveglia che suona da qualche parte e nessuno che la spegne,
una sveglia che non sveglia nessuno,
è un pigolio disperante.
stanotte ho sognato di essere perseguitata da un essere plastico,
continuamente trasfigurantesi in persone diverse, alcune inesistenti,
altre amate.
l'essere metamorfico minacciava di mettere veleno nel cibo
dei miei gatti, e di sterminare i miei umani,
io cercavo di ucciderlo in ogni modo ma non moriva,
usavo contro di lui il suo veleno ma non volevo morisse,
un po' per senso di colpa un po' perché mi avrebbero arrestata per omicidio
(pur non essendo lui tecnicamente uomo),
allora volevo chiamare l'ambulanza
ma lui rideva e diceva che appena mi fossi allontanata per prendere il telefono
si sarebbe alzato e avrebbe mietuto le sue vittime.
poi qualcuno che passava mi chiedeva "ma chi è questo?"
e io rispondevo "non è nessuno"
e lui urlava agghiacciante come corroso da uno strano acido,
allora capivo e ripetevo "nessuno, non sei nessuno!"
e sfoggiavo cultura classica gridando "oudeis! odisseo, non sei nessuno! nemo!",
friggendo il mio nemico a colpi di sinonimi.
ma poi mi faceva pena, questo povero diavolo,
e la smettevo di apostrofarlo,
lo guarivo a cerotti di "qualcuno, certo che sei qualcuno, anzi sei molti,
e poi ho sempre amato ulisse,
ecco chi sei, mostro polimorfo",
e lui mi chiedeva scusa, mi diceva che scherzava, diventavamo amici.
una sveglia che non sveglia nessuno,
è un pigolio disperante.
stanotte ho sognato di essere perseguitata da un essere plastico,
continuamente trasfigurantesi in persone diverse, alcune inesistenti,
altre amate.
l'essere metamorfico minacciava di mettere veleno nel cibo
dei miei gatti, e di sterminare i miei umani,
io cercavo di ucciderlo in ogni modo ma non moriva,
usavo contro di lui il suo veleno ma non volevo morisse,
un po' per senso di colpa un po' perché mi avrebbero arrestata per omicidio
(pur non essendo lui tecnicamente uomo),
allora volevo chiamare l'ambulanza
ma lui rideva e diceva che appena mi fossi allontanata per prendere il telefono
si sarebbe alzato e avrebbe mietuto le sue vittime.
poi qualcuno che passava mi chiedeva "ma chi è questo?"
e io rispondevo "non è nessuno"
e lui urlava agghiacciante come corroso da uno strano acido,
allora capivo e ripetevo "nessuno, non sei nessuno!"
e sfoggiavo cultura classica gridando "oudeis! odisseo, non sei nessuno! nemo!",
friggendo il mio nemico a colpi di sinonimi.
ma poi mi faceva pena, questo povero diavolo,
e la smettevo di apostrofarlo,
lo guarivo a cerotti di "qualcuno, certo che sei qualcuno, anzi sei molti,
e poi ho sempre amato ulisse,
ecco chi sei, mostro polimorfo",
e lui mi chiedeva scusa, mi diceva che scherzava, diventavamo amici.
nessuno ti aveva detto
che quando vivi troppo ti spunta un altro cuore, a destra,
e il sangue scorre via troppo da sinistra
troppo veloce e un anno fa
un anno fatto di sei mesi di luce e sei mesi voltati indietro
ti lascia indietro sfinito scucito, col torcicollo a chiederti cosa ancora
a chiederti ancora cosa, qual'è il punto allora,
qual'è l'ora di questo cuore spuntato
cuore che punge, parassita vorace,
feroce muscolo inutile che ti fa più debole.
che dovevi prepararti, risparmiare, investire,
avere un piano b e un piano c per la vita,
una vita passata a studiare a scrivere ad amare è utile come una bici senza ruote
o un picì senza internet o un pianeta cubico,
non c'è moto né rete né orbita plausibile,
non ci resta che piangere e anche quello è quasi finito,
che ci manca il tempo, e la pazienza e il coraggio.
che adesso è già ormai, ed è più facile sentirsi inutili e arrendersi
e rendersi conto che c'est pas grave morire giovani,
almeno ci si risparmia la plateale conferma di aver fallito
e si lascia tutti sorpresi,
sospesi nel dubbio che forse si sarebbe stati speciali.
e il sangue scorre via troppo da sinistra
troppo veloce e un anno fa
un anno fatto di sei mesi di luce e sei mesi voltati indietro
ti lascia indietro sfinito scucito, col torcicollo a chiederti cosa ancora
a chiederti ancora cosa, qual'è il punto allora,
qual'è l'ora di questo cuore spuntato
cuore che punge, parassita vorace,
feroce muscolo inutile che ti fa più debole.
che dovevi prepararti, risparmiare, investire,
avere un piano b e un piano c per la vita,
una vita passata a studiare a scrivere ad amare è utile come una bici senza ruote
o un picì senza internet o un pianeta cubico,
non c'è moto né rete né orbita plausibile,
non ci resta che piangere e anche quello è quasi finito,
che ci manca il tempo, e la pazienza e il coraggio.
che adesso è già ormai, ed è più facile sentirsi inutili e arrendersi
e rendersi conto che c'est pas grave morire giovani,
almeno ci si risparmia la plateale conferma di aver fallito
e si lascia tutti sorpresi,
sospesi nel dubbio che forse si sarebbe stati speciali.
lunedì 9 settembre 2013
mai più la guerra
Mai più la guerra!
Guerra preventiva,
guerra di pace guerra lampo guerra umanitaria,
guerra missionaria,
guerra religiosa,
guerra democratica,
"we are not talking
about going to war,
this is not Iraq,
this is not Afghanistan,
it is not even Libia,
or Kosovo" -
guerra, ma no, ma quale guerra?
Guerra alla guerra!
Guerra al terrorismo,
guerra
ai batteri. Compra Amuchina.
E 1300 morti in Siria.
Mai più la guerra!
E guardo la fotografia,
i piccoli corpi raccolti,
sdraiati fianco a finaco,
occhietti chiusi boccucce aperte
sembra davvero dormano e invece,
e invece per loro è normale
essere morti così,
perché sono bambini
e quando si è bambini nati in guerra
la guerra è normale,
ma per me
miope occidentalconsumista,
per me di sinistra, per me casinista esistenziale,
per me cinefila
per me poverastronza
che credo ancora di vivere in democrazia,
che credo nella civiltà, nel progresso e in Google,
per me parassita viziata, laureata,
tenuta nella bambagia
e nell'ignoranza da un potere che mi ricatta
con miseri favori, "c'è crisi",
con bisogni obbligatori -
per me, non è normale.
E ho l'impressione di essermi svegliata,
di essere capitata in un gioco crudele,
di cui nessuno
mi spiegherà le regole.
("E' l'economia! E' la Borsa!").
"No capito le capital",
ma quello che vedo è un gioco al massacro,
in cui conta fingere finanze,
vendere armi e scavare petrolio e coltan,
in cui certe foto non bisogna guardarle
e in certi posti non bisogna andarci
manco per scherzo,
non bisogna pensarci,
bisogna pensare a numeri,
1300 è solo un numero. Come gli amici su facebook. Mica persone.
Per me, non è normale.
Ma il gioco non prevede perturbazioni,
mi vuole tra i giocatori - gli servono numeri!
ma le mie mosse sono limitate
ad una scala ridicola.
Comprare, non comprare,
o al massimo scendere in piazza.
Manifestare.
Mai più la guerra, mai più la guerra.
E poi, tutti a casa.
Fino alla prossima fotografia.
Guerra preventiva,
guerra di pace guerra lampo guerra umanitaria,
guerra missionaria,
guerra religiosa,
guerra democratica,
"we are not talking
about going to war,
this is not Iraq,
this is not Afghanistan,
it is not even Libia,
or Kosovo" -
guerra, ma no, ma quale guerra?
Guerra alla guerra!
Guerra al terrorismo,
guerra
ai batteri. Compra Amuchina.
E 1300 morti in Siria.
Mai più la guerra!
E guardo la fotografia,
i piccoli corpi raccolti,
sdraiati fianco a finaco,
occhietti chiusi boccucce aperte
sembra davvero dormano e invece,
e invece per loro è normale
essere morti così,
perché sono bambini
e quando si è bambini nati in guerra
la guerra è normale,
ma per me
miope occidentalconsumista,
per me di sinistra, per me casinista esistenziale,
per me cinefila
per me poverastronza
che credo ancora di vivere in democrazia,
che credo nella civiltà, nel progresso e in Google,
per me parassita viziata, laureata,
tenuta nella bambagia
e nell'ignoranza da un potere che mi ricatta
con miseri favori, "c'è crisi",
con bisogni obbligatori -
per me, non è normale.
E ho l'impressione di essermi svegliata,
di essere capitata in un gioco crudele,
di cui nessuno
mi spiegherà le regole.
("E' l'economia! E' la Borsa!").
"No capito le capital",
ma quello che vedo è un gioco al massacro,
in cui conta fingere finanze,
vendere armi e scavare petrolio e coltan,
in cui certe foto non bisogna guardarle
e in certi posti non bisogna andarci
manco per scherzo,
non bisogna pensarci,
bisogna pensare a numeri,
1300 è solo un numero. Come gli amici su facebook. Mica persone.
Per me, non è normale.
Ma il gioco non prevede perturbazioni,
mi vuole tra i giocatori - gli servono numeri!
ma le mie mosse sono limitate
ad una scala ridicola.
Comprare, non comprare,
o al massimo scendere in piazza.
Manifestare.
Mai più la guerra, mai più la guerra.
E poi, tutti a casa.
Fino alla prossima fotografia.
domenica 1 settembre 2013
Isola d'Occhi
Ancora
nessuna bottiglia nel mare
per il naufrago imbecille,
che conta le onde canta
i silenzi, e passano
branchi di granchi.
Isola sola
l'altra, questa e la prossima
notte,
e il sole non cambia.
Non sa i nomi
di tutte le cose che vede,
allora
li inventa,
bacigli, alfraschi, dillipari,
li indica piano,
il gioco lo fa meno nudo.
Isola sola
ad ogni tramonto fiorisce d'occhi:
basta una scusa, una viola
un cardo, un limone, una foglia,
e l'Isola passa la soglia
di un nuovo sguardo.
Allora
il naufrago trema:
attende rivoluzioni,
che tutto cambi, o vibri,
che il mare apra il cielo e lo svuoti,
che il blu dell'acqua e dell'aria
dica "ecco!" alle ciglia dischiuse,
che la Natura ceda, e allarghi le braccia,
che cominci un racconto d'"ascolta",
che qualcuno urli "guarda!", urli "vieni!"
che una vela decida una sosta
come una risposta o un ritornare,
o un ritrovare,
che i branchi di granchi danzino fuori dai gusci,
che crollino gli usci,
Leonardo da Vinci,
che un viaggio cominci,
che tutto è sbagliato,
che la vita era finta, uno scherzo,
che arrivi un per sempre, un miraggio di sorte,
una morte,
qualcosa.
Ma senti, l'attesa cede,
il tempo torna a girare,
l'alba svapora
i deliri, riposa,
chiudi gli occhi, Isola sola.
Credevi di aver visto,
di capire, di essere
sul punto.
Ma ancora
nessuna bottiglia nel mare
per il naufrago imbecille.
nessuna bottiglia nel mare
per il naufrago imbecille,
che conta le onde canta
i silenzi, e passano
branchi di granchi.
Isola sola
l'altra, questa e la prossima
notte,
e il sole non cambia.
Non sa i nomi
di tutte le cose che vede,
allora
li inventa,
bacigli, alfraschi, dillipari,
li indica piano,
il gioco lo fa meno nudo.
Isola sola
ad ogni tramonto fiorisce d'occhi:
basta una scusa, una viola
un cardo, un limone, una foglia,
e l'Isola passa la soglia
di un nuovo sguardo.
Allora
il naufrago trema:
attende rivoluzioni,
che tutto cambi, o vibri,
che il mare apra il cielo e lo svuoti,
che il blu dell'acqua e dell'aria
dica "ecco!" alle ciglia dischiuse,
che la Natura ceda, e allarghi le braccia,
che cominci un racconto d'"ascolta",
che qualcuno urli "guarda!", urli "vieni!"
che una vela decida una sosta
come una risposta o un ritornare,
o un ritrovare,
che i branchi di granchi danzino fuori dai gusci,
che crollino gli usci,
Leonardo da Vinci,
che un viaggio cominci,
che tutto è sbagliato,
che la vita era finta, uno scherzo,
che arrivi un per sempre, un miraggio di sorte,
una morte,
qualcosa.
Ma senti, l'attesa cede,
il tempo torna a girare,
l'alba svapora
i deliri, riposa,
chiudi gli occhi, Isola sola.
Credevi di aver visto,
di capire, di essere
sul punto.
Ma ancora
nessuna bottiglia nel mare
per il naufrago imbecille.
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