ucronista

La mia foto
Paris, France
Gaia Barbieri nasce e vive nonostante tutto come il basilico a Lausanne, da trentaquattro anni e più che altro per curiosità. ...JeSuisUnAutre...

tempi persi

lunedì 25 maggio 2015

lost in traslation

La distanza tra le stanze è una vertigine
così grande che non posso parlarti.
Tutto andrebbe perduto comunque.
Resta solo il vento, l'albero fuori
dalla finestra, un vociare di bimbi
che non posso vedere.
Sono diventata
allergica alla primavera,
forse è il mio primo anno
di vera vecchiaia.
Sono diventata
spazio bianco.

anestetico


Adesso è l'ora in cui ho paura.
Cerco da ogni parte un volto amato,
anche solo
immaginato.
Cerco un volto amato
da ogni parte,
per chiedergli cose
sparse
tipo Marte, tipo
aiutami, tipo
perdonami.
Tipo portami, se puoi
a(l) mare.
A negare di annegare.
Adesso è l'ora in cui vorrei credere
gli dei per poterli pregare,
per poterli pagare.
Adesso è l'ora in cui
mi franano parafrasi,
le perifrasi imparate
per scrivere mio padre.
Adesso è l'ira in cui
non si può andare né restare.
La Casa, la Strada...
Ricordi? Ricordi? Sola, risponde le sponde
la mia eco. Ma d'improvviso il dolore si fiacca.
Si fa basso,
una tacca,
un ronzare di orecchie.
Quale buon anestetico
mi somministri stavolta,
corteccia vigliacca?
Non è gusto, sai.
Sarà anche antiestetico, ma
se mi togli il dolore
cosa rest
erà mai
del giorno che curva in discesa? Far la spesa?

Non trovo nessuno.

mattino

la luce filtra dai vetri sporchi
vaga
come promesse lasciate in bianco.

martedì 5 maggio 2015

marinaio 655


Apri gli occhi, piccolina,
che la Terra s'avvicina.
La tua mamma ha scelto il Mare,
strano modo di cullare,
sei arrivata in mezzo a un viaggio,
tra i due mondi sei il passaggio.
Apri gli occhi, dolce figlia,
senti il ritmo della chiglia,
e quest'acqua mista a sale
che già sfiora le tue ciglia.
Nina, non dimenticare,
vita e morte puoi mischiare,
quando cresci non scordarti
che le onde san guidarti.
Pesciolino, sai migrare,
sai già il gioco delle parti,
io ti posso co
nsolare,
è oceanico il mio amarti,
ma ogni volta che ti perdi
, barra a dritta, marinaio, se ti scuci fa' i tuoi nodi

che sapranno ripararti.
Apri gli occhi, esploratrice,
Bettica è la tua nutrice,
la tua prima
luminosa
cicatrice.

venerdì 1 maggio 2015

lavorare al dì di festa


Chicago, primo maggio 1886. Sabato. Oggi si lavora.
Come ogni altro giorno, tranne forse la domenica, si lavora. Sveglia alle 4, vestizione meccanica, al buio, la bocca che sa di stanchezza. Una giovane coppia di sposi operai. La fabbrica ha già consumato gli occhi e le mani di entrambi, lei cuce sempre la stessa borsa, lui avvita sempre lo stesso bullone. Fuori di casa alle 4:30, le gambe vanno da sole, i corpi si cercano ancora, assonnati, entrambi avvertono una silenziosa protesta, tra il cuore e la testa, mentre si allontanano.
Si rivedranno soltanto quando la luce del giorno sarà già svanita, quando i pensieri saranno disfatti, e sfinite le dita. Che oggi si lavora dodici, quattordici, sedici ore, perché si è nati operai, e il profitto del capo è l'unico scopo del mondo, il solo valore.
Chicago, primo maggio 1886. Sabato. Succede qualcosa di strano. La giovane coppia indugia sull'uscio di casa, si prende per mano. Sorridono, i cuori battono forte, insieme. Hanno sentito davvero? Hanno capito bene?
Un coro di voci riempie le strade:
“Otto ore di lavoro, otto di svago, otto per dormire”.
Una matematica semplice, giusta, pulita. La giovane coppia non va a lavorare, oggi si manifesta,
si fa festa, si lotta, si cambia la vita.

Seguono giorni duri, il potere reagisce, la polizia apre il fuoco sulla folla, ci sono i primi morti. Quando i poliziotti tentano di interrompere un comizio di lavoratori, qualcuno reagisce lanciando una bomba. La giovane coppia ha paura, lui la stringe a sé, “andrà tutto bene”. Ma la repressione è spietata, le sedi delle associazioni dei lavoratori vengono devastate, i dirigenti arrestati.
Undici novembre 1887. Venerdì. Quattro esponenti anarchici vengono impiccati in carcere.
Martiri, loro malgrado: i “Martiri di Chicago”.
Ma la giovane coppia, adesso, ha imparato a sperare.
E primo maggio dopo primo maggio, in tutto il mondo, lungo tutto il secolo breve, e oltre e nonostante le sue tenebre, i lavoratori di tutto il mondo si vestono a festa, si mostrano, tengono alta la testa. È bello svegliarsi, riprender coscienza, è bello creare nuovi valori, indipendenti dal capitale, è bello sentirsi più vasti, uomini e donne, non solo operai, ma rivoluzioni in potenza. La giovane coppia invecchia, per otto ore al giorno si gode un gioia ancestrale, fa figli e fa piccole cose, impara a ballare.

Milano, primo maggio 2015. Venerdì.
E adesso?
Oggi c'è chi inizia Expo, e chi chiede il permesso di non mettersi in vendita, di iniziare un Universale diverso.
Ma che festa è, questa lotta, per me? Cosa ci fa in manifestazione, la mia generazione?
Cos'è, la Festa del Lavoro, per chi da studente è passato troppo in fretta ad esser ridotto all'etichetta più ingiusta, “disoccupato”?
Disoccupato. Inutile umano, spreco di spazio, tempo buttato.
Così si sente, chi ha perso il lavoro, chi mai l'ha trovato.
Una giovane coppia di sposi senza lavoro è senza futuro, lui comprime il passato in civì da inviare per farsi dire che sì, ha diritto ad esistere, lei non sogna più niente, che i sogni l'han rosa come cianuro, non sa più resistere, non bada più a quello che sente.
Disoccupati. Perduti, delusi, destini imbrattati.
Ma disoccupati in che cosa? Mi vien da gridare.
Amiamo, ridiamo, sappiam cucinare.
Ma disoccupati in che cosa, le nostre giornate son da mal di mare!
Corriamo, migriamo, impariamo, ci curiamo del mondo, ce lo reinventiamo.
E anche se non guadagniamo, comunque noi sopravviviamo!
Venerdì primo maggio, Milano. Il lavoro è di tutti, il lavoro
di essere umani, noi lo celebriamo!
Lavoro, non sottomissione,
diritti, visioni, persone,
impegno sensato, passaggio
non da un salario ad una pensione,
ma ad un collettivo più saggio.
La giovane coppia ora osa
arrossarsi le guance di baci
e progetti vietati.
In questo, noi siamo occupati,
nel nobilitarci le ore, nel farne qualcosa
che prima non c'era,
ma senza comandi, signore,
né i tuoi contanti.
In questo, noi siamo occupati.
A restare vivi, ad agire di cuore,
e non per il Dio Plusvalore.
In questo, noi siamo occupati.
Pensiamo per ventiquattr'ore,
agiamo dell'altro, cambiamo il messaggio!
Venerdì primo maggio.
Chi è appassionato è un lavoratore.
La lotta è cambiata
ma resta importante, sensata,
il dì di festa
la festa non muore.

giovedì 30 aprile 2015

danzatrice stanca



Soltanto stamattina
seppellivamo i morti,
i gigli della guerra,
li mettevamo in orti
di fiori di brina
e di terra.


E guardali adesso,
terrore, i tuoi figli.
Portano addosso
un nuovo tremore
non visto,
germoglio imprevisto
di tempo promesso.
Volteggiano i volti,
le braccia son nude,
la pelle fa luce
ai capelli sciolti,
li guardo e ascolto la voce
che scorre sotto.


Sotto la festa,
la notte è aperta
e si allarga.
Sotto il vestito
son libera e vaga,
la mia carne fa luce
alla testa sciolta,
la mia carne felice,
l'angoscia è tolta
ora mi resta soltanto
ciò che m'importa.


Appoggio il peso stanco
a quest'angolo tranquillo.
Ho le mani piene
del ritmo che è stato,
la sinistra non tiene,
per poco non sviene
tanto forte ha suonato.
Mi grida ogni giuntura
sfinita abusata dal ballo,
che non ha più paura
di niente, mi cullo
mi affido imprudente
all'ebbrezza e alla cura
del branco.


Amici, voi siete belli
come foglie abbracciate,
come gioie sfiorate,
voi siete veri
come enormi castelli
di nebbia,
dipingo vetrate
di chiese inventate
con l'impronta dei vostri
scherzi acri,
effimeri eroi
scampati ai massacri,
e la cosa che conta,
di voi, di noi,
è quella più dubbia.


Il presente.


Qualcun altro lo sente?
Chissà. Questa gente
sottopelle, questi corpi
sono il mio,
e poi io,
mi attardo la fine
di questa nottata
è quasi “ho capito!” -
per ora -
è alba sgangherata,
son di nuovo innamorata.

martedì 21 aprile 2015

alle resistenze

https://www.youtube.com/watch?v=33-bMTOlvx0

(Niente poesia, questa volta. O forse, più di ogni altra.)

I miei amici di Oltreunpo' Teatro - piccola, coraggiosa, visionaria compagnia teatrale milanese - mi hanno chiesto di scrivere qualcosa sulla Resistenza. Qualcosa che trasformasse la semplice commemorazione in riflessione, in slancio nuovo, vivo e presente. Perché la cosa peggiore che possiamo fare alla storia dei partigiani, è limitarci a ripetercela sempre uguale: i nostri nonni, molto più giovani e spericolati di noi, quella storia l'hanno scritta rischiando tutto, e perché tutto cambiasse.

C'è una canzone brasiliana di Chico Buarque che si chiama "Apesar de você" ("Nonostante te"). C'è un ventennio fascista del quale ci dimentichiamo spesso. Dal 1964 al 1985 il popolo brasiliano ha subito una pesantissima dittatura militare. Ventun anni di governo delle gerarchie dell'esercito, ventun anni di repressione, soffocamento della libertà d'espressione, torture, sparizioni, propaganda, oscurantismo. Ventun anni sono tanti. "Apesar de você" è dedicata a Emílio Garrastazu Médici, uno dei più feroci dittatori di questo periodo, che ha governato il Brasile dal 1969 al 1974. Chico Buarque sceglie di scrivere con attenta finezza il testo di questo brano, per farlo passare attraverso le maglie della censura, e dichiara che il destinatario della canzone è "una donna troppo severa". Così, la canzone viene diffusa, e vende centomila copie, salvo poi essere ritirata dal mercato. Troppo tardi.

Tardi, perché ormai la smisurata euforia del pezzo di Buarque ha già invaso le strade, le case, le orecchie dei brasiliani, tardi, perché ormai il popolo, lo stesso popolo terrorizzato dal potere, ridotto al silenzio e all'autocensura, ha osato ridere in faccia al dittatore, ha osato ballargli davanti al grugno, facendo esplodere

tutto questo amore represso,
questo grido trattenuto
questo samba al buio.

Ormai le persone hanno avuto il coraggio di una provocazione che ha la forza dei fili d'erba,

tu che hai inventato la tristezza,
ora usa la gentilezza
per disinventarla.

E anche se ci vorranno ancora quindici anni perché la dittatura militare finalmente cada, Buarque, con una leggerezza e un'allegria straordinarie, con la dolcezza del samba della sua gente - disorientante, micidiale, se associata ad un canto di protesta, se appoggiata sulle labbra di un popolo violentemente oppresso - mette in parole due verità semplici, e pericolosissime per il potere: 1) le idee resistono alla repressione, e, lente ma inesorabili, trasformano il mondo; 2) la forza di un popolo unito e cosciente è quanto di più devastante possa esserci per i suoi oppressori:

Nonostante te
domani sarà
un altro giorno.
(...)
E come farai a zittirci,
se tutti in coro
ti cantiamo in faccia?

Nonostante te, provvisorio dominatore del mio mondo, il mio mondo brulica delle parole che tu non vorresti, dei simboli che hai estirpato.

Nonostante te, sprovveduto domatore di umani, ho cuore e ho mani per inventarmi domani. I cuori e le mani di tutti, della mia gente, tu invece hai solo una cella, minaccia continua e latente, un grande occhio vuoto che tutto registra e non sente più niente.

Nonostante te.

Nonostante voi, diffusori di terrore in HD, nonostante i bellissimi video e le teste finemente tagliate, nonostante le statue di Hatra - capolavori millenari, traccia di culture che la vostra stessa specie si è curata fino ad oggi di salvare dall'oblio - fatte a pezzi per la vostra idiozia, nonostante il vostro brutale oscurantismo e la vostra agghiacciante mancanza di ironia, io, curda siriana, musulmana e libera, sono ancora qui. Lotto contro il terrorismo con dignità e kalashnikov, di giorno ballo, di notte sparo. La democrazia è difficile, ma non importa, non la importo, me la faccio da me. Con le mie sorelle. Per tutti.

Nonostante voi, Guardie della Rivoluzione, corrotti difensori dello status quo, solerti impiccatori di tanti peccatori, nonostante l'estensione della rassegnazione del mio popolo - che è quella del deserto - io, giovane iraniano, agnostico e poeta, non mi censuro certo: io contrabbando cinema, e sto girando un film. Vi spiacerà, lo giuro. E riderò di voi.

Nonostante voi, mastodontici Stati che avete unito il mondo per meglio dividerlo, che combattete il terrore per mantenerlo, che avete preso in mano la penna della Storia, e vi siete scritti Buoni, e nonostante te, mega-corporazione globale, ipocrita sistema che pompa capitale e mi tratta da coglione - sorride e chiama "comfort" il mio sonno mentale, nonostante ogni dato rubato, stoccato, rivenduto all'ingrosso - chi sono, cosa faccio e dove sono stato (e ancora ci parlate di libero mercato!) - io, Cittadino Enne, ricorderò lo slancio di Cittadino Quattro, e di tanti altri eroi senza manie di protagonismo. Dimenticherò i nomi, le storie personali, ricorderò la lotta, i loro e i miei ideali. Il vecchio Cittadino Kane è fragile, nonostante tutto

e nonostante voi,

tutti noi ci mostriamo,
dubitiamo e critichiamo
i vostri Assoluti
esitiamo,
nonostante l'uragano
noi viviamo il cuore in mano
e così ci ricordiamo
riprendiamo
i sogni scaduti,
esistiamo
resistiamo. Mai ci avrete arresi e muti. 

E adesso balliamo, balliamoci
sto samba,
altrimenti siam perduti.




Quando non rispettano la giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grosse bande di predoni? Perché anche le bande di briganti, che cosa sono, se non dei piccoli Stati? Una banda di criminali è pur sempre un gruppo di individui retto dal comando di un capo e vincolato da un patto sociale, e il bottino si divide secondo la legge della convenzione. Se poi la banda malvagia si ingrandisce con l'aggiungersi di uomini perversi, e poco a poco conquista territori, stabilisce residenze, occupa città e sottomette popoli, assume più apertamente il nome di Stato. Un gruppo di delinquenti, dunque, prende il nome di "Stato" non quando diminuisce la sua ambizione di possedere, ma quando aumenta la sua sicurezza di impunità. Così disse, con finezza e verità, un pirata catturato dalla flotta macedone ad Alessandro il Grande. Il re gli chiese che idea gli fosse mai saltata in testa, per arrogarsi il diritto di infestare il mare. E quello, con franca spavalderia: "La stessa che è saltata in testa a te per arrogarti il diritto di infestare il mondo intero; solo che io lo faccio con una piccola nave, e allora mi chiamano 'pirata', invece tu lo fai con un enorme esercito, e quindi ti chiamano 'imperatore'.

(Agostino, De Civitate Dei, IV)

venerdì 10 aprile 2015

il prossimo pretesto

e voi, 
voi che eravate tutti fieri
dei miei bellissimi voti,
dove cazzo state adesso?
venite fuori, se avete coraggio!
venite, professori d'ogni era,
venite a ridirmi chi ero,
maestra Livia, 
maestosa guerriera che forse
sei addirittura morta
come Bandiera - l'ultima foglia -
e senza salutarmi
per l'ultima volta,
professori sorridenti sulla soglia
di complimenti ai ricevimenti,
ma ditemelo in faccia,
che so' 'na poveraccia,
voi,
che mi avete condannata allo "spero",
obbedite o sparo! venite fuori,
uscite dalle ombre degli angoli,
uscitemi dai pori,
dalle pause caffè
e mostratevi!
e dimostratemi che ho torto!
e il perché!
e che avevate ragione!

io non ce l'ho, che strano,
quel quid che pensavate.
eh no. però. peccato.
c'ho solo un qui coglione,
e pure mutilato.
allora, che si fa?
in casi come questo?
quale sarebbe il piano?
il prossimo pretesto?

sparisco o me ne resto?
e dove, se vi piace?

ma no, ma no, ho capito.
voi non c'entrate più,
con me avete finito,
sono riassunta in "fu".
ora vi lascio in pace.

giovedì 9 aprile 2015

(dimostrazione) per Assurdo

Certe mattine, ogni tanto,
mi post-pongo:
faccio vapore
delle mie ore
in campo lungo,
che troppo vicine
mi sembran formiche di pianto.

Perso.

C'è il come e c'è il perché.
C'è  il treno delle tre.
Che passa anche attraverso
i miei giovedì magri.
Ogni tanto stacco tutti
i quadri
che incorniciano risposte
scadute o malriposte,
scritte male. Sorrido.
Mi sposto, mi elido,
epocale epochè,
per far posto al vuoto
banale,
orrido vuoto che c'è.

Penso.

Mi mostro.
Che l'abisso ci guardi,
se è il solo
sussistere nostro.
Dimostro.
Dì, Mostro!

Com'è? Perché?
Per chi? Per me.
E solo per te,
ma anche per voi,
per noia - pardon, per noi,
ma noi chi, no, gli altri,
scaltri!
Per lei perle (ai porci), per lui
culi, per cui siam pari.
Falsari.
Ripariamo i sessi!

No! Porco iato!
L'apparato riflessivo
si è intasato,
è troppo soggettivo, 
va parafrasato!

Per quando? Rimando?
Persino per sempre,
per ora!

Però lavora,
perora la causa per soldi,
per sordi,
per fame e per fama,
perdiana.
Per fine mese o finire
'sta porca settimana.
Per amarmi davvero
o ammazzarmi per gioco,
per cose da poco.
Già perse?
Perbacco.

Reprimo
per prezzi modici
pericoli periodici.
Scacco.
Imparo per vivere
a perdere pezzi.

Per domani?
Perdonami!
Il pendolo si pente
periodicamente,
e io da perdente
ci appendo le mani
e la mente.
Dong.

E poi per esempio
persisto per finta,
per elisa e per dio,
per niente, 

per conto mio.

domenica 29 marzo 2015

mi son trattenuta

A chi mi ha chiesto "che fai"
ho spesso risposto "io passo",
bizzarro incompleto equilibrio
smargiasso,
a metà tra una danza e una mano
di poker.

Insomma, la storia del sasso
che sempre rotola via
è il più facile asso,
lo sai,
la mia quieta anarchia.

Ma tu sei un Joker,
mi tieni lo stesso:
Bob Dylan è in vano.

Di solito il tempo mi porta
ben presto lontano,
che i bronchi e l'aorta nemmeno
si stringon la mano.
E invece stavolta

il vento e i rametti,
i corvi e il giardino,
la luce, la pioggia, Parigi
ci trovano ancora vicino.

Mi guardi, ti guardo,
non so come dirti
la gioia temuta, che sì,
ci trovo stupiti,
sorrido, poi azzardo

"Hai visto? Son qui.
Se sono cresciuta? Non so.
Mi son trattenuta."

Insomma, la storia del Joker
non so quanto regga,
che certo non siamo
due assi del poker.
Ma il bluff è riuscito.

E anche tra noi, ci illudiamo
di tutta una vita a venire,
ma in fondo sappiamo
che è fragile stare
e precario partire,
che oggi a tenerci
son le cose da fare,
le parole da dire
insieme al futuro,

niente patti o promesse
o destini da fuori,
solo i nervi, le dita
e al massimo i cuori.

E se adesso la gente
mi chiede "che fai"
con piacere io guardo
la risposta che muta,
perché a passo di danza io resto,
e il solo movente
è forte e modesto,

"mi son trattenuta". 

domenica 22 marzo 2015

frontiera

Da qualche parte tra le dita
stringo parole,
le tengo in vita.

Facile, quando lo spazio
passa tutto intorno,
facile quando lo spazio scorre
al posto del tempo,
il viaggio è il giorno
e mi calmo, non tento
più di sparire. Sento.
C'è un rumore di persone stanche,
luci al neon più franche
dei loro volti,
e poi un altro suono,

ieri sera mani bianche
raccoglievano Bufera
dentro a scatole di cera,
e di nuovo c'era anche
prima vera primavera.

E dice non si muore
di case svuotate,
famiglie lasciate
ancora, non uccide l'ultima ora
di amori appesi
ai rami a seccare,
non si muore, solo, ci si stacca.

Porca vacca.
Mi restano le mani
tese nei ricordi, e pure attese,
a salutare.

Facile, quando lo spazio apre
mondi possibili,
instabili, minimi
ma così simili
al presente rimandato,
ma per ora realtà,
incredibile equilibrio
rubato
di relatività.

Lo spazio è un fluido nuovo.
E' di neve e di bufera.

Il capo treno parla piano,
c'ha la voce da preciso,

un buon viaggio da lontano,
ma all'improvviso
ridacchia e ci propone
"un bel caffè e un sorriso".
Ma senti sto piacione,
dai, ok, ci provo,
gli credo e gli indovino
il viso.

Facile, la vita,
quand'è lo spazio a farla,
tra chili di chilometri di tempo -
sembra infinita -
le montagne stanno così in silenzio
che non si parla.

Bufera.
Tutti noi adesso
non lo sappiamo
ma impariamo
a passare.
Si spera.

Io non so cos'ho portato, cos'ho scordato
o che strumento s(u)ono adesso.
La musica promette tutto
poi dice ho già dato
e mi lascia, spesso
a metà.

Qui si sospira, si dorme,
qualcuno sbadiglia,
o starnutisce forte,
un giornale si scioglie
le pagine, finisce le scorte
dell'attualità.
  
Ed è quel che è, finalmente,
cioè quasi niente,
ma basterà.

venerdì 12 dicembre 2014

venerdì dodici

tra piazza fontana e rat-man,
Ragazzo, 
ci siamo stati noi.

domenica 7 dicembre 2014

la frontex nella testa

Ma la gente
vogliono sapere le cose semplici.
Devi dirci le cose terra terra
papale papale, pane al pane, vino al vino,
parla come mangi e cioè male,
parla senza cura, parla all'ingrosso,
parla senza gusto e affrettati,
all'ingrasso! Che c'è lo sconto sugli affettati
(ma làit, eh).

Ma la gente
vogliono capire che ti hanno capito,
ci devi dare un civvì bello pulito,
che lavori i giorni feriali,
festeggi i festivi ma non troppo,
ci devi dire dove vivi, con chi,
(e meglio mentire sui giorni speciali),

ti chiedono chi ami e come,
foto data nome
nazionalità,
e lui che fa?
Soldi ce ne ha?

Ma più di tutto,
quel che interessa
è breve e asciutto:

uno cosa produci,
e due a che cosa serve.

A che cosa servi,
alla gente proprio ci piace di saperlo,
te lo chiedono spesso e devi poterlo
dire in fretta.
In fretta e saldi i nervi,
come "benegrazie"
dopo comestai.

Alla gente non gli piace
di sapere che non servi niente,
se non possono ordinarti
perché non odiarti?

Il tuo caos 
non fa al caso loro.

Alla gente non ci piace di sapere che stai male,
che non sei normale,
che non fai doni di natale,
che ridi del giornale,
che a volte
balli nudo
e non è carnevale,
alla gente non gli va
di sentire che sei stanco
della festa,
che hai solo mal di testa
e mal di branco
che qui non ti diverti
come nel blu della foresta,
che hai ricordi aperti
e aspettative fluide
sul tempo che ti resta,
che non possiedi gli altri
e non li uccidi per dimenticarli,
la gente non capisce la tempesta,
sospetta
di chi non porta rancore,
alla gente piace onore, raffreddore, per favore,
non gli piace chi li chiama scimmie, è un traditore
della razza,
non gli piace tremore, nomadismo, stupore,
non gli piace il mare aperto figurati l'amore,
sei pazzo, sei pazza.

Alla gente fa paura
la strada, le porte aperte
sul mondo
e senza serratura,
pensa con orrore
allo stato di natura,
se l'uomo è un lupo
per l'altro uomo
ben venga il Leviatano,
viva il sovrano a lungo,
e poi ne sorga un altro,
più scaltro, più sano,
che non sia umano
il Potere, che sia un motore
ronzante in sottofondo,
immobile e lontano.

La Frontex veglia in silenzio
affinché ognuno resti inchiodato 
al pezzo dov'è nato.
Condannato in Africa o in Europa?
Nordovest o sudest?
La risposta non si sposta,
e non dice niente,
ma è tutto quel che conta
per la gente. 

(Ma un giorno 
o forse una sera,
nonostante Tritone
passerò la frontiera
del nostro Mare
e sarò intera,
e se mai potrò fare
o commettere un figlio,
gli canterò che il lupo
non è il cattivo, 
e gli dirò da grande corri forte
senza padrone,
guardati intorno,
non serve un cacciatore che spara,
e parla spesso con la morte
ma soprattutto alle persone,
e giocati tutto e impara, l'uomo
non è il cattivo,
da grande, resta vivo.) 


lunedì 17 novembre 2014

la parola 'genetlìaco'

è onestamente
di una bruttezza letteraria, e forse è per questo
che oggi mi è venuta in mente spesso,
era nell'aria.

quando, al genetliaco ventisei
non sai chi sei
né che motivi hai
di scrivere la ventiseiesima lettera
della lettera
di motivazione,
forse qualcosa è andato storto,
- qualcos'altro,
oltre alla nazione -
le lettere di emotività comunque
non sono ammesse,
figurati quelle
d'emozione.

- e le parole dove le hai messe? -
che poi sei avanti, ormai,
fai tutto da sola,
ti scrivi anche
le referenze, e poi te le leggi anche
da sola,
da sola ti parli stanotte
in seconda persona,
e tutto è così nobile
e pieno di senso!

se ci penso,
la parola genetliaco
ricorda celiaco, genitali e gentile,
e anche maniaco,
ma non è gentile.
nessuno sorride più molto
quando chiede quali siano
le mie intenzioni
le mie scuse,
mi spiano, pretendono
giustificazioni.

io rispondo
come per gli smart-phone:
non ne ho e non ne voglio.
piuttosto gli smarties.
piuttosto vendo rose, o rosa rosae.
piuttosto invecchio denso.
piuttosto non mi pento,
e se mi rompo
stavolta parto

- aller (c'est) simple.

domenica 9 novembre 2014

in questa buona notte

[Dylan Thomas, 1914 - 1953]


Do not go gentle into that good night,
old age should burn and rave at close of day;
rage, rage against the dying of the light!

Though wise men at their end know dark is right,
because their words had forked no lightning they
do not go gentle into that good night!

Good men, the last wave by, crying how bright
their frail deeds might have danced in a green bay,
rage, rage against the dying of the light!

Wild men who caught and sang the sun in flight,
and learn, too late, they grieved it on its way,
do not go gentle into that good night!

Grave men, near death, who see with blinding sight,
blind eyes could blaze like meteors and be gay,
rage, rage against the dying of the light!

And you, my father, there on the sad height,
curse, bless me now with your fierce tears, I pray!
Do not go gentle into that good night!
Rage, rage against the dying of the light!




mercoledì 5 novembre 2014

t'as la touche manouche

"Oh mente mia
lascia che dica questo:
il moner manush risiede nel cuore
e lì lo devi cercare.

Perché stai vagando da un luogo all'altro?"


il futuro è mostro (domenica diciannove ottobre)

ho smesso da un po'
di rispondere a
Ulisse
perché non so cosa dirgli,
sono un'ingrata però
in
tasca ho
una tour eiffel di vero ferro
ancora incartata, per lui.

ho smesso da un po' di portarti
giri soli
perché non so cosa dirti,
se bussarti alla tomba
se
scoppiare una bomba
o parlarti di me,
son vigliacca però
nel sangue ho
undici anni di vero ferro
ancora incartati, per te.

ho smesso da un po'
di cercarti in collina
perché non so ritrovarti,
sono maldestra però
nel tempo ho
calendari di giorni
di vero ferro
in cui ti riperdo da capo.

ho smesso da un po'
di tranquillizzarmi il futuro,
di scriverti 'vado avanti',
papà, non c'è niente di puro
- io solo uno scherzo,
tu memorie distanti -

sono rotta però
in bocca ho
cv vomitati di vero ferro
ancora incrostati di me.

ho smesso da un po' di sperare
un qualche senso
e mi assolvo senza processo,
mi assolvo dai sogni slacciati,
mi assolvo dal prossimo inverno:
il futuro era nostro però
nel ventre ho
ottobri bianchi
di vero ferro,
il futurò è al passato
il futuro è morto
il futuro era mostro per me.

ma ho iniziato da un po' a inventare
geografie
perché ho bisogno di spazio,
sono in fuga però
nei piedi ho
vaganti entusiasmi
che non afferro
ancora vibranti di te.

nel mio dire che parto e che parto
lontano
c'è un dare la vita in potenza,
sopravvivo alla fine
sopravvivo all'assenza
et je reste sur mes gardes,
sono inadatta però
nei pugni ho
una lotta profonda
di vero ferro,
e un pirata esce in mare
con me. 

domenica 7 settembre 2014

p hier

è qui, tra un biglietto scaduto e uno inutile,
per un treno perso,
qui, tra le poesie
del vecchio Moreno bianco,
è per la bellezza
di sua figlia congelata,
per la carta d'identità,
è qui, tra il punk e la bestia,
è Vento malato
nella pineta di Cecina
o lungo la Jordanne,

qui arriva Pierre a 19 anni,
nero e fragile petit Pierre occhi grandi,
ha un nome biblico e ha lasciato  in bilico
le cose belle
in uno squat di Marsiglia,
a Aurillac c'era casa, ma trova caso
e fantasmi da raccontare,
questo ero io che andavo a scuola, petit Pierre,
questo ero io quando la maestra,
questo ero io fermo zitto in piedi in cortile per un'ora,
in punizione,
questo ero io
quando cadevo dalla finestra

questa è una sciarpa
bianca
per quando ho freddo,
se la perdo mi ritrova,
l'ha cucita mia sorella.

E io
che senza sciarpe bianche
ancora non son stata
ritrovata,
ma faccio troppe domande
sul circo delle pulci
e le magie che non ho imparato,

forse la prossima volta che mi abbandoni
resto in autogrill.

martedì 29 luglio 2014

versi extra

alla fine g. cede, striscia fino all'extraverso, lo spalanca con un gesto brusco e lui la illumina prevedibile, placido.
non è una notte buona.
g. ha il respiro strano, questo rumore che le vibra acuto e ostinato nei timpani, e troppe memorie sfilacciate negli occhi chiusi, aperti, chiusi, aperti, confusi.
deve spegnersi la testa, ma non riesce o forse non vuole. non ha dosi disponibili di nessuna droga illegale, solo diverse droghe legali che però le fanno tristezza in quanto tali. pensa a possibili uscite di scena che le risparmierebbero l'impotenza del prossimo giorno. forse g. vuole accendersi la testa, bruciarla come una fiaccola, sventolarla nel buio solo ipotetico della notte urbana. 
meglio non trasmettere, in queste condizioni.
la luce dell'extraverso è ipnotica e consolante, forse non c'è neanche bisogno di trasmettere, g. aspetta vagamente un rompi-bianco che non verrà. si cancella nell'attesa.
l'extraverso fa un rumore simile a quello che g. ha nei timpani, un ronzio, uno scorrere d'acqua inesistente, o di tempo. Sembra un tentativo di comunicazione, g. chiude gli occhi.
neanche così è buio. 
"il vuoto", dice g.


- tutto questo tempo vuoto. Non lo sopporto, non so cose farmene, mi rende triste da morire. Ma non è il tempo, siamo noi. Siamo vuoti, non lo vedi? Poco più che specchi. Quando non c'è niente, riflettiamo niente, siamo niente. Siamo contestuali, sono sempre le condizioni al contorno che ci muovono: ci pompano, ci gonfiano, ci danno intelligenza, parole e gesti e poi...non avrei voluto vedere questo, g, vederti così, come un patetico specchio vuoto. Come me. Non ci vedi? Cosa facciamo se non gesti ricalcati dai nostri morti. Le mani sui fianchi erano tuo padre, le mie dietro la schiena erano qualcun altro. Sequenze di azioni percorse e ripercorse fino al limite dello scomparirci dentro: i nostri atti quotidiani assomigliano a zombie, i nostri atti più naturali sono semi-cadaveri scampati alle nostre precedenti piccole morti. Per non parlare delle parole. Ci siamo condannati a ripetere sempre le stesse, come un canovaccio. Sinonimi e contrari incontrati in coriaceo rivorticare, rievocare echi per diffondere a banda larga le nostre ossessioni, i nostri tic. Zecche semantiche ci succhiano il sangue. Ed è tutto un tritare, un tirare, un rimestare di sillabe. E giù a ruminare romamor, gli anagrammi per trovare i sensi, gli anni a grammi passati davvero ma palindromi solo per finta. Siamo i nostri tic, g., le nostre cit. ci sintetizzano. La riduzione non lascia scampo, basta viversi addosso qualche centinaio di ore per operarla. Piccole vite che girano in tondo. Ho iniziato a ridurti, a ridurci, e tem(p)o sia irreversibile- 


le droghe legali e illegali ostacolano la riduzione. Frammentano il vuoto, alterano lo specchio. Distraggono dalla distruzione. Sono come un potentissimo meta-contesto: ti danno sempre qualcosa da riflettere. Ecco perché sono vitali per quasi tutti.
come l'extraverso, che per ora si può annoverare tra le droghe legali.
 perché rompere il bianco dà l'illusione di riempire il vuoto.
 rompere il bianco dà l'illusione di riempire il vuoto.
 rompere il bianco dà l'illusione di riempire il vuoto.

l'illusione rompe il bianco di riempire il vuoto.
il bianco illude il riempimento di vuotare la frattura.
il pieno svuota la frattura di riempire l'illusione.

e poi il vuoto rompe l'illusione.
















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