ucronista

La mia foto
Paris, France
Gaia Barbieri nasce e vive nonostante tutto come il basilico a Lausanne, da trentaquattro anni e più che altro per curiosità. ...JeSuisUnAutre...

tempi persi

domenica 27 ottobre 2013

dieci


Partiamo, ci siam detti stanotte,
andiamo via, e ridevi,
vieni, ti ho pregato,
usciamo fuori nel buio
insieme, non importa dove,
che saprà portarci.

Ma non eri tu.

Vengo sempre
a cercarti
nelle tenebre.

Ombra amata
tra tutte le ombre
che Morte ha disfatto,
ancora ti conosco
ancora mi aspetti
vicino,
ma troppo vicino
sempre troppo tardi per tenerti.

Ottobre è tornato
e tornato,
dieci volte ha steso
il suo mantello,
bianco come il cielo,
e quel cielo così bianco!

E la condanna a vita
a parlare al passato.

Stanco
il mio canto non ti raggiunge,
ragazzo padre,

dieci compleanni
buchi neri,
cecitudine invincibile

che non ti vedrò più,
tranne che in sogni confusi,
non ti dirò più,
tranne che in doloranti inutili
monologhi,
sei stato
morto sei morto,
il mio caro, amato, adorato, agognato,
sei 
tu
il mio morto più spietato.

martedì 1 ottobre 2013

povero diavolo

c'è una sveglia che suona da qualche parte e nessuno che la spegne,
una sveglia che non sveglia nessuno,
è un pigolio disperante.

stanotte ho sognato di essere perseguitata da un essere plastico,
continuamente trasfigurantesi in persone diverse, alcune inesistenti,
altre amate.
l'essere metamorfico minacciava di mettere veleno nel cibo
dei miei gatti, e di  sterminare i miei umani,
io cercavo di ucciderlo in ogni modo ma non moriva,
usavo contro di lui il suo veleno ma non volevo morisse,
un po' per senso di colpa un po' perché mi avrebbero arrestata per omicidio
(pur non essendo lui tecnicamente uomo),
allora volevo chiamare l'ambulanza
ma lui rideva e diceva che appena mi fossi allontanata per prendere il telefono
si sarebbe alzato e avrebbe mietuto le sue vittime.

poi qualcuno che passava mi chiedeva "ma chi è questo?"
e io rispondevo "non è nessuno"
e lui urlava agghiacciante come corroso da uno strano acido,
allora capivo e ripetevo "nessuno, non sei nessuno!"
e sfoggiavo cultura classica gridando "oudeis! odisseo, non sei nessuno! nemo!",
friggendo il mio nemico a colpi di sinonimi.

ma poi mi faceva pena, questo povero diavolo,
e la smettevo di apostrofarlo,
lo guarivo a cerotti di "qualcuno, certo che sei qualcuno, anzi sei molti,
e poi ho sempre amato ulisse,
ecco chi sei, mostro polimorfo",
e lui mi chiedeva scusa, mi diceva che scherzava, diventavamo amici.
 

nessuno ti aveva detto

che quando vivi troppo ti spunta un altro cuore, a destra,
e il sangue scorre via troppo da sinistra
troppo veloce e un anno fa
un anno fatto di sei mesi di luce e sei mesi voltati indietro
ti lascia indietro sfinito scucito, col torcicollo a chiederti cosa ancora
a chiederti ancora cosa, qual'è il punto allora,
qual'è l'ora di questo cuore spuntato
cuore che punge, parassita vorace,
feroce muscolo inutile che ti fa più debole.

che dovevi prepararti, risparmiare, investire,
avere un piano b e un piano c per la vita,
una vita passata a studiare a scrivere ad amare è utile come una bici senza ruote
o un picì senza internet o un pianeta cubico, 
non c'è moto né rete né orbita plausibile,
non ci resta che piangere e anche quello è quasi finito,
che ci manca il tempo, e la pazienza e il coraggio.

che adesso è già ormai, ed è più facile sentirsi inutili e arrendersi
e rendersi conto che c'est pas grave morire giovani,
almeno ci si risparmia la plateale conferma di aver fallito
e si lascia tutti sorpresi,
sospesi nel dubbio che forse si sarebbe stati speciali.













lunedì 9 settembre 2013

mai più la guerra

Mai più la guerra!
Guerra preventiva,
guerra di pace guerra lampo guerra umanitaria,
guerra missionaria,
guerra religiosa,
guerra democratica,
"we are not talking
about going to war,
this is not Iraq,
this is not Afghanistan,
it is not even Libia,
or Kosovo" -
guerra, ma no, ma quale guerra?
Guerra alla guerra!
Guerra al terrorismo,
guerra
ai batteri. Compra Amuchina.
E 1300 morti in Siria.
Mai più la guerra!

E guardo la fotografia,
i piccoli corpi raccolti,
sdraiati fianco a finaco,
occhietti chiusi boccucce aperte
sembra davvero dormano e invece,
e invece per loro è normale
essere morti così,
perché sono bambini
e quando si è bambini nati in guerra
la guerra è normale,
ma per me
miope occidentalconsumista,
per me di sinistra, per me casinista esistenziale,
per me cinefila
per me poverastronza
che credo ancora di vivere in democrazia,
che credo nella civiltà, nel progresso e in Google,
per me parassita viziata, laureata,
tenuta nella bambagia
e nell'ignoranza da un potere che mi ricatta
con miseri favori, "c'è crisi",
con bisogni obbligatori -

per me, non è normale.

E ho l'impressione di essermi svegliata,
di essere capitata in un gioco crudele,
di cui nessuno
mi spiegherà le regole.
("E' l'economia! E' la Borsa!").
"No capito le capital",
ma quello che vedo è un gioco al massacro,
in cui conta fingere finanze,
vendere armi e scavare petrolio e coltan,

in cui certe foto non bisogna guardarle
e in certi posti non bisogna andarci
manco per scherzo,
non bisogna pensarci,
bisogna pensare a numeri,
1300 è solo un numero. Come gli amici su facebook. Mica persone.

Per me, non è normale.
Ma il gioco non prevede perturbazioni,
mi vuole tra i giocatori - gli servono numeri!
ma le mie mosse sono limitate
ad una scala ridicola.

Comprare, non comprare,
o al massimo scendere in piazza.
Manifestare.
Mai più la guerra, mai più la guerra.
E poi, tutti a casa.

Fino alla prossima fotografia.








domenica 1 settembre 2013

Isola d'Occhi

Ancora
nessuna bottiglia nel mare
per il naufrago imbecille,
che conta le onde canta
i silenzi, e passano 
branchi di granchi.

Isola sola
l'altra, questa e la prossima
notte,
e il sole non cambia.

Non sa i nomi
di tutte le cose che vede,
allora
li inventa,
bacigli, alfraschi, dillipari,
li indica piano,
il gioco lo fa meno nudo.

Isola sola
ad ogni tramonto fiorisce d'occhi:
basta una scusa, una viola
un cardo, un limone, una foglia,
e l'Isola passa la soglia
di un nuovo sguardo.

 Allora
il naufrago trema:
attende rivoluzioni,
che tutto cambi, o vibri,
che il mare apra il cielo e lo svuoti,
che il blu dell'acqua e dell'aria
dica "ecco!" alle ciglia dischiuse,
che la Natura ceda, e allarghi le braccia,
che cominci un racconto d'"ascolta",
che qualcuno urli "guarda!", urli "vieni!"
che una vela decida una sosta
come una risposta o un ritornare, 
o un ritrovare,
che i branchi di granchi danzino fuori dai gusci,
che crollino gli usci,
Leonardo da Vinci,
che un viaggio cominci,
che tutto è sbagliato,
che la vita era finta, uno scherzo,
che arrivi un per sempre, un miraggio di sorte, 
una morte,
qualcosa.  

Ma senti, l'attesa cede,
il tempo torna a girare,
l'alba svapora
i deliri, riposa,
chiudi gli occhi, Isola sola.
Credevi di aver visto,
di capire, di essere
sul punto.
Ma ancora
nessuna bottiglia nel mare
per il naufrago imbecille.





lunedì 19 agosto 2013

Maria Gilberte


Del mio tempo, delle mie speranze,
della vita
incollavo i pezzi,
uno, due, tre,
con dita appiccicose, tremanti,
con pazienza e silenzio,
galeone in miniatura troppe volte affondato
nella violenza del mio Abisso. 

No, non sono partita, non sono salpata.
Le immagini delle danze negate
mi arrivavano scarse,
con scarni sorrisi le dissolvevo,
ammutolivano prima
di avvicinarsi.

Ma una notte
le tue parole come aghi di luce
tutto hanno scoperchiato,
e questa terra piccola, sottile
hanno inondato di mare,
umanità randagia, occhi spalancati, saggezza raminga, dolore ululato fatto gioia, caos di bellezza, la beauté du binz, ballerini marinai, notti alla bella stella, nuovi modi di essere vivi:
dall'Isola d'Occhi al Mediterraneo,
la Maria Gilberte come un'Armada
a vele spiegate ha piegato la mia diga di testa scossa,
il piccolo finto galeone
inghiottito dall'onda del veliero vero
di nuovo spezzato precipita
nel fondo del fondo del male.





venerdì 2 agosto 2013

mani di forbice

ma qualcosa va sempre storto quando mi costringo ad essere saggia, 
ogni canale sensoriale rigurgita disgusto e vorrei solo chiuderli, assopire tutto.
ma non ci riesco.  
i peggiori comunque
- peggio delle grida, della puzza di pesce in scatola, peggio della visione della paralisi
sono i ricordi.

"Sono già solo".

ma non ho voglia, adesso, di parlare di luoghi.
non ho voglia di parigi, ora, anche se so che è il punto, il movente di tutto,
anche se so che parigi ha fatto tutto, che mi ha determinata, dalla prima volta.

Là, j'ai pas envie. Panam est trop loin, tu vois, trop loin pour ma mémoire aussi. On se casse.
On se casse, bien  sûr. On casse tout.

"Puoi partire, tornare a Parigi".

Milano è calda di un abbraccio che non consola nessuno,
appiccicosa e piccola, una scatola, sento che crolla e mi soffoca,
d'ailleurs
agosto non è un granché, come mese, non è il massimo
per lasciarsi, per ricordare, per tremare di impotenza.

non è il massimo, per ripetersi 
e per ripetersi cos'ho fatto, e cos'ho fatto.

e non c'è neanche posto per cosa faccio e cosa farò,
tanto piena di irreparabile è di per sè la prima domanda.

"Sono già solo, sei libera."

di per sè, la fine dell'amore è mon (effrayant!) fantasme depuis trop de temps,
come la fine dell'infanzia.
se nessuno mi ama sono sola, se sono sola sono adulta, se sono adulta
sono terrorizzata, ma  è l'unico modo.
per cambiare, per staccarmi, per cominciare
per essere qualcuno.

è questa, la morte che sento incombere dalla fine della vita in francia?
è questa, la data di scadenza, il limite, la catastrofe che avvertivo?

condannata a crescere, uccidi la crisalide.
tuer le possible.

peut-être.

"Sono già solo".

di per sè, la fine dell'amore.
c'è tutto un lato astratto che è quasi rassicurante.
edward mani di forbice dopotutto lo sa benissimo che è meglio che se ne stia buono e non tocchi nessuno.
specialmente chi ama.
è rassicurante, che ci sia una distanza
tra me e chi amo.
se non posso raggiungere, non posso ferire.
di per sè, la fine dell'amore.

"Non abbiamo più nessuna dignità".

poi c'è la storia.
la storia di tutto, quella che è scritta nelle parole e nella carne.
le récit qu'on a écrit c'est dur à effacer,
e non c'è molto altro da dire.
con la storia, io, non posso fare niente.
solo rileggerla all'infinito, sperando di consumarmi gli occhi e il cuore, soprattutto.
c'è tutto un lato fisico. che non so come, né quale verbo.

ma non ho voglia, adesso,
di un elenco dove infilare come perle
tutti i tuoi frammenti,
ragazzo.
  
basta, siamo grandi ormai.
fino a quando è consentito
morire d'amore?
o vivere per amore?
e di cos'altro si potrebbe...

mais là j'arrête les conneries.
non muoio e non ho vissuto d'amore,
ma di te.

la fine dell'amore non è la fine del mondo,
di per sè.
è la nostra, la nostra fine, che mi abbraccia e mi soffoca,
a Milano, d'agosto.

"Ci siamo sopravvalutati".

c'est pas grave perdere l'amore,
ma io inciampo 
in queste ore condannate al vuoto
perché ho perso te. 

e continuo a negarlo,
annego il mio peggior fallimento
e non so più ricucirmi al mondo,
i fili sono tagliati
tutti
li ho tutti tra le dita
-le dita!
sono stata io
mani di forbice 
grondano

è pieno di sangue
l'uroboro si arrotola e muore
non scorreva nella senna
e io non posso farci niente.

"Basta". Je me casse.

mercoledì 31 luglio 2013

quasi canzone


Questo tempo è tutto 
all'indietro,
la porta è rimasta aperta e
lo vedo, 
si annoda dietro l'attimo
tra il forse ed il mai più,
esattamente in bilico
tra i ricordi dove ridi tu,

ridicolo lo strepito
di chi ancora crede al senso,
penso che tanto
così non ho mai pianto,
tanto vale aspettare
che torni
che torni ancora tutto all'indietro,
dentro, poco prima dello schianto -
saprei pure dire quanto! -
io modestamente
ci so fare con la mente...

...mente perduta
e forse anche il cuore,
rovinate le parole
le ho cucite sulle suole,
e intanto canto,
e intanto conto le ore
che separano i miei passi,
nella manica ho quattro assi
e tre frasi sull'amore,
che non è vero 
che muore,
che l'ho sempre fatto male,

sì, ti ho sempre fatto male.

Ma il tempo è tutto
all'indietro,
la porta è rimasta aperta
e lo vedo,
finisce dentro l'attimo
tra l'aria ed il mai più,
esattamente in bilico
tra i ricordi dove arrivi tu.


martedì 30 luglio 2013

karma police

I've given all I can, it's not enough,
I've given all I can, but we're still on the payroll.
This is what you get, this is what you get,
this is what you get, when you mess with us.
And for a minute there, I lost myself, I lost myself,
and for a minute there, I lost myself, I lost myself.

For a minute there, I lost myself. I lost myself.

lunedì 1 luglio 2013

banlieue


Case impilate,
labirinti verticali
che perdono e dimenticano
altre finestre sole
sempre all'ombra.

Desolate, non possono
guardarsi, non vedono
che i treni che passano
sotto,
che inghiottono
il carico umano
vomitato prima,
e ancora, i treni rigurgitano,
ripercorrono, si ripetono
ma non tornano mai.

Case impigliate,
esistenze interinali
che accendono e spengono
a ritmo cadenzato
la luce in cucina.

Aspettano
che sia ancora domenica,
poi sperano
di ucciderla in silenzio,
in fretta, in oblio,
che il vuoto fa orrore.

Case impagliate,
sconosciuti commensali
fingono famiglie,
si passano il sale.

Nascondono
sotto la tovaglia
le verità letali
della schizofrenia di Capgras,
contraggono
sopra la tovaglia
le dita aggrappate
al mondo regolare.

Case incastrate,
zoo deportati,
simulano habitat
di beni prepagati.

Boccheggiano
dietro i vetri chiusi
parole asfissiate,
l'ossigeno riscaldato
evapora subito.

Ignorano la notte,
lontana dai lenzuoli,
e mai che gli venga in mente
di legarli tra loro,
di calarsi e scappare,
e mai
che gli venga in mente
di incontrare altre case,
case impiantate
in vicinanze banali,
bloccate in ascensore.

Le ripetizioni immagiche
non diventano riti,
il fuoco
resta spento.

sabato 27 aprile 2013

dodici marzo

Il tempo sorpassa la soglia
il ramo rinuncia alla foglia
d'inverno rimane la voglia
ma è
prima vera primavera
finalmente crudele
come Aprile
e le foto non fatte,
gli anni inciampati
nella neve sciolta.
Storta, tremo la penna
ho come fiumi
la Maina e la Senna,
unici lumi
di una ragione andata.
Sbagliata la strada
confusi i confini,
i vini 
naturali non soffrono,
ma forse noi sì.
E queste famiglie
abitate poco
per sempre per gioco,
le coincidenze scivolano
inutile il freno
mentre il treno già parte
da qualche parte
nel futuro vicino,
mentre il treno già porta
a porte chiuse
e bruciore agli occhi.

Ma soprattutto non voltarti indietro
a chiedere il tuo nome alle ombre,
la pasta che scuoce
all'odore di peperoni, oltre
il cuore che scava, si scuce
al profumo di fiori morti.
Un'altra volta di case svuotate
un altro ritmo di vite lasciate
come trapezista a saltare
da una corda all'altra ma
poi sempre nel vuoto,
a cadere.
Soprattutto respira e conta
quante volte, soprattutto
spingi forte il fiato fuori,
niente dentro,
soprattutto rinuncia.
Un'altra volontà di niente
se non di seccarsi e partire,
ennesima foglia che accetta
del vento l'abbraccio fatale. 

domenica 21 aprile 2013

fin de partie


se fossi ancora in grado di dire
ti parlerei di una primavera bianca di nebbia,
di un inverno colorato di neve fragile,
delle sfumature sempre più sottili
che dividono i sogni dagli incubi dalla realtà,
visioni, gioco del destino, casualità.

ma non so più.
the cruellest month finisce ancora,
lo senti?
e siamo ancora qui, piccola musa,
in questo piccolo spazio bianco
stanco
arranco per toccarti, ma non esisti e alla fine forse
manco io.

taci e guarda.
nel fondo dei miei occhi vedo
il colore delle foglie morte e il bisogno di sparire
- gemello triste e crudele di quello di essere visti.

esaurisco le energie vitali, e poi?
dopo cosa viene?
che ci sia una data di scadenza, scritta nei geni?
che esista il germe del "c'est tout", più precoce e sottile di quello della morte?

ho visto tutto, ho fatto tutto, sono stata tutto,
mi dico a volte.
e sono sempre più seria.
cosa viene, dopo?

piccola musa, non passare.
una vita a dissipare, una vita ad illustrare illusioni,
una vita a raccontare, a fingere
di cambiare storia, una vita di astuzie retoriche
una vita
di parole.
e una parola, l'ultima, nutrita dal germe sotteso a tutte le altre,
e una sola parola che non so dire,
che non riesco a respirare,
piccola musa, non andare.
 

martedì 12 febbraio 2013

digiuno

ho paura.

per favore, fermati solo un attimo.
piano, piano, non battere così, un attimo,

non ho più il cuore.
chi ha preso il mio cuore?
in quale cripta?

ho paura.

ti prego, una sola immagine.
lasciamela.
risparmia una sola immagine
in cui possa riconoscermi,

no!
specchio!

non cambiare così
realtà.
ho bisogno di un fazzoletto
salvo
di realtà
per i miei occhi.

ho paura.
fino a dove
ancora

mai più?

venerdì 1 febbraio 2013

la chair, le marbre


Nei tuoi occhi cerco
una delicatezza disumana,
come carne di marmo.

Mon ami.

Voglio sentirti dire che è per sempre,
questa caduta effimera,
che scamperemo alla vita ordinata,
alla lista della spesa,
che non ci seppelliranno
sotto ceneri di curricula brutti,
che siamo liberi di tremare ancora,
di bruciare altro tempo
danzando
per scaldarci.

Ma ho dissipato le ali,
e senza saperlo
eccomi alla fine del cielo,
a toccare un fondale
che è solo azzurro. Busso.

Silenzio.

Un fondale muto,
una fine

piove sul mio tetto a Parigi,
io ascolto e non esco,
che i brividi mi tengono.

Come piccione immobile
aspetta al freddo di un alto anfratto,
così io mi aggrappo,
mi canto in testa parole vecchie,
per non sentire
 precipitarmi intorno
gocce di tempo andato.

Cerco nelle tue mani bianche
una tenerezza eterna
come carne di marmo,
ma il marmo è la carne dei morti! ,
ci diciamo ridendo.

Il fondale azzurro trema,
ha freddo, io dimentico ancora
di parlargli del sangue.
Che è quello, alla fine, che il marmo non ha.
Circola come lava vacua,
è così tanto. Ci si farebbe l'Oceano.
Chissà poi perché è rosso.
 Illumina la pelle da dentro.

Ti guardo muoverti leggero,
sfiorare le statue
e gli apprendisti artisti
che segnagno Bellezza sulla carta.
Sì, illumini la pelle da dentro,

e io sento la mia vorticosa debolezza
come felicità strana,
un cuore di marmo palpita
scolpito dal mio troppo molteplice
volere,
desiderio ubriaco,
eccesso d'amore, di visioni
di mondi possibili,
struggimento di storie,
confusione  mortale
di vitali identità.
 

sabato 10 novembre 2012

avanguardia



Ma Frida, dove vai? Dove mi porti? 
Me lo chiedo che son già per strada e non mi fermo.

Perché la mattina, quando ho paura di scomparire, con un automatismo solo fisico mi alzo mi vesto e vado al mercato. Lì, apro gli occhi. Sfilo muta tra il frastuono dei colori dei quadri che ho lasciato per sempre a metà, tra le voci che ho perso, tra tutti i volti che potevo avere e invece no. Le associazioni mi travolgono, dimentico di respirare e mi sembra
che tutto sia già accaduto. Mi sembra di essere alla fine.
Vedo tutti questi esseri vivi, li vedo in bilico, in punta di piedi sull’estremo punto del tempo passato - del fino-ad-ora – protesi, sbilanciati senza averne coscienza verso il baratro del tempo futuro, del d’ora-in-poi. Tendono le mani aperte al pescivendolo e al vuoto che verrà.
Ma adesso è il futuro più futuro di tutto il tempo dell’universo. L’avanguardia siamo noi che ci troviamo ad esistere ora. Ora. Ora. Tutto nella storia è passato, distrutto, cambiato, nato e morto per arrivare a forgiare questa mattina che finisce. Ne è valsa la pena?
Li vedo scivolare in serie, cadono nel precipizio vivi senza farci caso.
Ho le vertigini.
Uno dei volti stamattina mi frusta gli occhi con l’evidenza delle cose perse. Che effetto mi fa Agnès che passa veloce, si fa largo tra la gente, chiede permesso, non sembra felice e non guarda nessuno? Non avrò il tempo di fermarla. Non ci sarà il tempo per chiederle che fine hai fatto, che ne è del tuo amore, e della tua fragilità, hai poi scritto altre filastrocche, ripensi mai a noi. Non ci sarà il tempo di guardarsi e domandarsi in silenzio chi abbia tagliato via il tempo che pensavamo ci sarebbe stato.
Amica mia, ricordi che s’era sorelle, io e te? Poi qualcosa è andato storto, un nodo si è sciolto, ci hanno tolto un brillare dagli occhi, la sfumatura che davamo insieme alle cose. Ci siamo fatte grandi.                                   
E’ andata, ormai, è lontana. Non c’è stato il tempo.   
Cavalco velocissimi destrieri di nostalgia, tutto avviene in così breve spazio, tutto è l’istante che finisce anche quest’altra mattina. Capisco. Quello che ho già capito e dimenticato, che poi ancora dimenticherò, e ancora. Stanotte ho sognato di essere sola nella sala di un museo con le pareti rosse, tutti i miei quadri erano appesi alle pareti, ognuno affiancato dalla sua didascalia con titolo, anno e descrizione. Una vita riassunta, tutto così semplice. Ma mentre li guardavo il rosso è colato dai muri e li ha inghiottiti. Quadri e didascalie. Sono rimaste le forme, i simulacri rossi appesi ai muri, li ho toccati ed erano freddi gelati come il mio cadavere quando morirò giovane, non avrò più tempo, farà così freddo, avrò bisogno di un fuoco
“Seňorita, que passa, seňorita?”
Mi sorprendo stupita a piangere mentre cerco i soldi per pagare le arance, che scivolano e rotolano per terra inesorabili come la fisica. Sorrido ridicola, e annaspo nella comicità dell’esigenza di cercare i soldi, adesso, e insieme inseguire le arance. Che fuggono, obbedienti come tutto alle leggi cosmiche.




martedì 25 settembre 2012

amnesia

e dunque sono vecchia,
e questi anni passati?
non li trovo. 
che vuol dire "li hai vissuti"?
se li ho vissuti sono morti,
e per crederli morti dovrei vederne il cadavere,
ma non c'è.

e allora cosa?
dovrei sentirli tintinnare in tasca
o scoppiettare sul fuoco,
o almeno sotto i denti,
quando mastico, 
dovrei poterli mangiare
e poi pulirne bene i residui,
con il filo interdentale. ma no,
voi non mi dite mai niente,
non mi date mai nulla da seppellire,

datemi gli anni morti
in un'urna di orologi,
così che possa misurarli sempre,
cucitemi un vestito
di lancette
che indichino il momento
il luogo
la direzione,
che tengano i miei conti
e sappiano esattamente 
quanto manca all'esplosione.

scrivetemi in fronte 
una data di scadenza,
disegnatemi sul viso
quel che ho perso.
che ho negato.
che non sarò mai più. 

voglio fare il funerale,
il funerale voglio fare,
il funerale al passato,
voglio ricordarmi di ricordare morto
tutto ciò ho dimenticato vivo,
ma nessuno me lo scrive,
nessuno me lo scrive addosso,
è sorprendente come la morte del tempo
sia solubile e poco notevole.

una morte simpatica
mi tiene in scacco,
io invecchio, sbiadisco, scompaio
ma quando mi leggo poi ricomincio,
non conservo i dati di fine in memoria,
continuo a dimenticarmi che sono un clone,
che sono morta,
che è già successo,
che succede ancora.


mercoledì 19 settembre 2012

1000 punti esperienza

Mademoiselle, s'il vous plait,
questi italiani che non capiscono mai niente.

E invece sì che capisco, monsieur,
capisco tutto anche se parlo storto,
mi vien da ridere perché ti leggo,
colgo le parole il senso ma anche i colori, ora,
e se Paris mi invita
io vado au cinéma con lui, - Parigi è un maschio-
e rido e mi commuovo come lui,
come se un nuovo modo di sentire mi nascesse dentro,
una nuova empatia.

Frammenti di sfumature sconosciute
mi pervadono a ondate irregolari,
c'est fort bizarre ça,
come accorgerti di crescere mentre stai crescendo,
e in aereo un americano mi prende per francese,
e ça veut rien dire, ma è bello,
e adesso è ora,
ciao Milano, devo andare, signora ferita - Milano è una femmina-
non ti dimentico, ma il momento è adesso,
adesso aiutami a lasciarti, che mi sento pronta
per il salto.

venerdì 29 giugno 2012

foto, graffi e.

In meno di un secondo
la mia fotografia si è scottata e io ho sentito male
e ho capito
di essere viva
adesso.

Con lo sguardo che avrò per sempre ti ho guardato,
con il volto che mi sopravviverà ti ho pregato

-ti prego tienimi fuori
dallo spaziotempo
ti prego tienimi dentro
i contorni di questo universo di carta
di luce
di buio.

Ti prego, tienimi.-

Ma le fotografie non parlano,
loro guardano solo, mute sfingi.

In meno di un secondo
sono nel pieno del ventitreesimo giro,
no, basta, portami giù, fermami,
lo spaziotempo mette le lacrime agli occhi
e troppi trapassati remoti
e timidi biancastri futuri interiori... NO.

No, non mi terrai.
Adesso basta, devo andare, dici,
devo sopportare la distanza, attraversare altri ponti alti sulle lacrime agli occhi,
imparare ad essere dura, ad essere sola.
Senza di te. E' necessario.
Per non aver bisogno, per bastarmi,
per diventare grande, finalmente.
Per prendere la mia vita in mano e urlare MIA!
MIA, MIA, MIA!!!
Ah sì, mia, tutta mia questa stupida vita,
lunga vita a me,

e avrò tempo. Sì, tanto tempo vuoto
in un deserto di metallo
per lavorare su di me, come le persone fighe.
A picconate
lavorerò su di me, per confondere il dolore
esulterò,
tra gli schizzi di sangue griderò "mia", 
pagherò l'affitto, imparerò a stirare a sturare il lavandino e a stare sola.

Ma a dimenticare, come prima cosa.

Sarà così bello addormentarmi.
Sbiadirà la nausea e il senso di assurdo. 
Non avrò più nostalgie, e mi sembrerà avere un senso
il mio utile. Farò calcoli, stilerò statistiche e
riderò da pazzi come una persona emancipata alle battute sessiste,
amerò la pornografia
e i corsi del comune di arte e sesso orale.
Non avrò più voglia di morire.

Non vedo l'ora.

Sarà tutto bellissimo, quando mi sarò cambiata.

In meno di un secondo,
la mia fotografia si è carbonizzata,
non ho più sentito male,
non mi è interessato capire,
la cenere l'ho buttata nel cesso
come quando muore un pesce rosso,
e ho tirato l'acqua tre volte
prima che andasse giù.

Nel mare.

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