ucronista

La mia foto
Paris, France
Gaia Barbieri nasce e vive nonostante tutto come il basilico a Lausanne, da trentaquattro anni e più che altro per curiosità. ...JeSuisUnAutre...

tempi persi

sabato 25 aprile 2020

Domiciliari

Le porte del tempo
aprono e chiudono dentro
questo ritmo del sempre uguale,
scendi le scale, sali
le scale.

E la finestra
verso il cielo
stavolta spero sia almeno
quello vero,
ma la finestra
mostra e tace
scoperchia il fuori
finché così le piace.

Porte, finestra, muri, giardino,
gatto
sul tetto.
Alberi, fiori, erbe, insetti,
vicini, parenti stretti,
quelli che mai avevo il tempo di vedere
e allora, piacere, Gaia, piacere,
acero, timo, rosmarino, rododendro,
fragoli, fagioli, pomodori,
roseto, fave, piselli, allori.
Le melanzane è ancora presto,
il fico invece è meno modesto,
il merlo viene, saltella lesto,
con le cime di rapa ci faccio il pesto

e sempre gatto
sul tetto.

Non so più,
vivevo in un vortice,
con mani di forbice,
qui ci sei tu,
e i nostri amici cari,
compagni rari
di traversata,
se son condannata
ai domiciliari
è meglio con voi,
Sì, è bello con voi.

domenica 15 marzo 2020

L'incidente

Dovrebbe essere il titolo di uno spettacolo
che parla di un matrimonio,
così dicevamo con P.
Io al matrimonio non ci ho mai creduto,
mai ho ceduto
al suo marketing,
l'incidente invece non si vende
ma accade.
Ma adesso sposarsi è vietato,
anche spostarsi,
adesso si muore fermi,
di una morte secca e senza lutto,
si muore in quarantena.
Vietato vedere, toccare i corpi,
incontrare i vecchi,
vietati gli abbracci,
guai perturbare
con pianto
le solitudini.
Non si sa per quanto,
congela la mente,
questa è l'essenza
dell'incidente.
La paura ci abitua,
educazione alla distanza,
la tecnologia ci aveva
allenati.
Allineati, attendiamo il nostro turno,
per fare cosa,
la spesa o il malato ?
Intubato ?
Dicevano che era solo una brutta influenza,
avevano ragione, ma non capivano
quale fosse, questa influenza,
non quella degli acciù,
ma la conseguenza
del "o io, o tu",
quella della finanza
sulla politica,
quella della mafia
sullo stato,
quella dello stato
sulla salute pubblica
e guarda in che stato.
Una brutta influenza,
questa pubblica
malattia.
Capita, capita,
che ci vuoi fare,
che in tutti i modi
dovrai pur trapassare,
vecchi, malati, fragili, soli,
è un virus che sa
dove sbancare.
Capitalista, quest'influenza,
di chi non produce
meglio far senza,
tutto immediato,
conoscenza
ridotta a dato,
tranne il virus
non ci trasmettiamo più niente.
Eppure l'incidente
non ha mai un solo vettore,
e queste ore lente
forse sussurrano
come un morente,
sussurrano piano
"guarda, il vicino
ha acceso la luce,
forse sta cucinando
gli spaghetti sta pensando
i tuoi stessi pensieri,
ascolta, qualcuno di sopra
sta piangendo, ma c'è una voce
che lo consola, forse un bambino,
senti, nelle mani hai vertigini
di vuoto e d'assenza,
chi ti riempiva, prima, le dita ?".
Le ore spendono
l'ultima voce terrestre,
la stessa che infinite volte
ha voluto avvertirci che è grave
morire senza mai
esser stati in vita,
adesso la voce è leggera,
sospesa come noi,
e l'aria ridiventa pura,
e l'acqua ridiventa limpida,
e i paesaggi riprendono
disumana fierezza,
quasi Gaia ci dicesse
"vedete, senza voi,
come faccio presto.
Torno bella",
quasi ci chiedesse
"cosa decidete ?
Qual'è l'incidente ?
La vita, il virus, o voi ?
Cosa decidete ?
Imparate ? Questa volta ?".

L'incidente, è che ci troviamo
soli,
senza più riti, massacrati i miti,
connessi al potere, senza rizomi,
immemori di tutto, persi nei nomi,
l'incidente è un'occasione micidiale
di ritrovare il coro
della specie nostra,

e prima del collasso,
nell'ultimo ospedale,
il cuore tremante
del teatro
rianimare.




















domenica 17 novembre 2019

Dimentica i morti

Dizionario della psicoanalisi,
vedi alla voce :
Altro.
Esterno ed anteriore al Soggetto,
da sempre già
superato.
Dizionario delle date senza
ritorno,
dizionario delle catastrofi
e dei compleanni scordati.
Vedi alla voce :
life is so long.

Ma il giorno dei morti
in realtà non finisce,
mi slega, dissipa ancora,
non so se ricordo,
so che comunque porto,
nell'aperto i vostri nomi,
il vibrare che lasciaste,
papà, Pico, 
non so se vi riaccordo,
ma senza sosta vi rammendo,
voi che abitate lo strappo,
voi generosi di vertigine
di tempo e di spazio
senza di voi,
cari, eterni,
dannati amati oggetti interni.

Tutta la distanza
il divenire,
il gioco dell'emigrazione,
lo scomparire,
vivere in fondo è solo questo,
scordare i morti,
"it goes on" diceva Frost,
non si può stare
sulla collina tra le tombe,
non puoi tornare,
non hai mai tempo, devi andare,
devi riuscire

-

Ma tutto questo è solo un sogno,
amati morti,
i miei ricordi sono vivi,
ho il cuore solo pieno
del vostro vuoto. 







giovedì 26 settembre 2019

Montale mi aveva detto

Accade giungano, rimangano è raro, ma accade. Può darsi lontananza secca, altro dirsi comprendo. Assente manifesta astuzie, intendo, insisto mai, sempre al trapano resiste. Era. Presidiano strani domestici. Pareva, era...Ignoro. Destino trabocca, oppure di me tutto ignoro.

lunedì 23 settembre 2019

A.


Nel luogo più fragile incontro
mio padre, mio figlio e il mio uomo,
nessuno di loro è reale
nessuno è più vero
di loro.




domenica 2 giugno 2019

Aria

Penso che ti chiamerò
"Toni Tout-fou",
come il pittore di muri
dai tratti furtivi.

Non era colpa dei riccioli :
li tagliasti ma resta
dell’infanzia folle
vivida gioia.

Tu sei d'aria,
anima nuova,
come non farsi toccare
dall'aria,
come non farsi portare,
se tu ridi forte e giochiamo al gioco
se ti respiro - non posso scappare.

Terra

Dormivi abbracciata
ad un kalashnikov,
combattente curda,
ora vorresti sparire.

E bevi una birra a Lione,
parliamo e piangiamo,
l'estate ci ha trovate
a tessere amicizia.

Anima antichissima,
ragazza di giada,
Non conosco ma sento
il fiume sottopelle,
sangue nero,
da distillare per farne
inchiostro.
Che cosa
stiamo scrivendo.

Porti il mio stesso nome,
ragazza acciaio,
portiamo questo destino di terra,
e una dolcezza affilata. 

sabato 30 marzo 2019

Calmo tutto così

Nella scrittura dell'amore adesso
ci sono fratture, rotture nei tasti,
crollano sotto il peso delle dita uno
dopo l'altro,
pianoforte vecchissimo si lamenta fino alla fine
delle note possibili.
Ricordo ricordo,
come legare tutto
stretto stretto,
fermo.
Così crolla l'amore,
con strepito d'acciaio, di ponte sgretolato.
Cede.
Crolla la struttura dell'amore,
in un deserto senza braccia, niente si apre,
solo si sente sete
niente
baci da bere.
Chiudo, chiudo, chi ha manomesso l'amore,
chi ha sabotato
l'amore, chi ha interrotto
il movimento chi,
che pace, muoio, che pace,
giace.
Tutto
così
calmo.

lunedì 25 marzo 2019

Tua madre

Quando sei nato, lei non era pronta, quando sei morto, lo era ancora meno.
Non capisco cosa pensavi di fare, con questi tuoi modi da ritardatario,
se non nascondere a tutti, beffardo,
il tuo anticipo tremendo.
Ci sei riuscito.
Tua madre invece è come me, in ritardo sincero
a tratti disperato
fa quello che può.
Ma la vedessi ora, papà !
Ah se vedessi Luisa, ora, questo capolavoro
centenario di potenza, autoironia e rivolta.
Se la vedessi, eremita, esploratrice, questa vecchissima,
luminosa adulta.
Spalancheresti gli occhi, "Mamma... Tu ?"
Splenderebbe di gioia.
Come saresti fiero !
  

lunedì 18 febbraio 2019

anar'

Ho svuotato muscoli
e riempito sinapsi,
ho perso
qualche altro decimo.
Rinunciato
alla nitidezza del dove,
rinunciato
a un orizzonte chiaro,
per vedere profondo
intuire l'oscuro.
Rinunciato anche a me
rinunciato anche a te
per parlare con i morti
nelle spaccature dei vivi,
o per bucare il mare nostro
e nuotare fino
a questo corpo che era umano
e adesso è un monumento
agli eroi spariti
che a loro volta hanno invocato dei
sperati invano nella stiva,
bestemmiati in una notte che i sopravvissuti
ereditano, trasmettono.
No, non recito più,
che è come dire che non faccio altro.
No, non sento più dolore,
non cedo alle passioni e non credo
che sarò mai capita.
Quindi resto buona,
non so più se so parlare,
ancora una lingua che non sia
questo francese di cortesia.
Quindi resto chiusa
dietro il vetro del metrò,
penso alle stelle come un pesce,
senza guardarle più.

Ma se oso ancora
sognare d'utopia,
è perché le ho fatto male,
e se scrivo ancora
l'inchiostro d'ucronia
è perché brucio le ore.
E poi fumo ideologia
perché non trovo amore,
e consacro all'anarchia
la mia ultima pulsione!
Per fottere la morte
che mi prende alle vene,
coltivo la rivolta
che mi viene ancora bene.
Mi strappo all'abbandono
a cui mi hai condannata
il giorno in cui ho creduto
che un po' mi avresti amata.
Abbandono è esporre un uomo
a un destino feroce,
è scucirlo dalla trama
di simboli e di voce
che tiene insieme il senso,
abbandono è vanità
di mondo,
è quando muore mio padre,
e l'oggetto da salvare
è violato e infranto.
Abbandono è esser lasciato solo
davanti al sovrano.
Se mi arrampico ancora
come edera velenosa
sulle pareti lisce della disperazione,
è per rivoltarmi finché ho vita,
è per esercitare
l'intelligenza della morte
contro l'indifferenza beota
della massa
e del suo tiranno.

lunedì 14 gennaio 2019

io e la casa

Io e la casa ci stiamo dicendo addio.
Sta accadendo piano, sento
che mi aggrappo ai mobili, al pianoforte stonato,
mi aggrappo al tavolo,
faccio cuccia del letto e sprofondo
nel suo centro, mi eclisso.
Non voglio perdere la casa.
Non voglio svuotarla di nuovo,
eppure accolgo
l'eco che risuona prima
dell'ultimo passo oltre la soglia.
Ho paura e dolore
di lasciare la casa,
sto con loro, ceniamo insieme.
Il gatto ci guarda e suggerisce,
cartografare territori,
riconoscere e trovare,
lui sa.
Se ci sei tu sarà casa,
se ci sono io, sarà casa.
Va bene. Capisco.
Io e la casa ci stiamo dicendo grazie.
L'ho tenuta al caldo e ho cucinato
cibi profumati,
le ho portato umani e felini, risate, pianti.
Piante, anche, ma il gatto le ha mangiate.
L'ho pulita ma le ho lasciato
una coperta di polvere, protegge
i nascondigli, attutisce
gli spigoli.
Al gatto piace
la polvere sul muso,
e a me fa clessidra, fa traccia di tempo.
Ma la più generosa è stata lei.
La casa mi ha presa e ha preso rumore,
disperazione, violenza, la casa ha lasciato entrare
un essere umano attonito.
Mi ha tenuta sola.
Mi ha tenuta con il gatto.
Mi ha tenuta, tenuta, tutta la notte,
tenuta, tenuta, tutta la scrittura, tutto il silenzio.
Mi ha tenuta, tenuta, e ho cominciato a trovare tana,
e ho cominciato a sfumare lo sguardo
e a vedere.
Ciao Casa !
Ma come va ?
Grazie ! Mi hai curata.
Restiamo ancora un po',
a tenerci, tenerci,
finché potremo portarci nel cuore,
nei muri,
lasciarci andare.

mercoledì 5 dicembre 2018

sedile anteriore

Non so come articolare il tempo.
Ancora non so.
C'è sempre uno schianto nell'aria,
soqquadra tutto,
scoppia una bomba o forse
un risata,
è un bambino rimasto.
Invisibile al suo adulto.
È un bambino scampato.
Vedo a volte gli invisibili.
Vedo come fummo,
soprattutto quando guido,
la cinquecento è spaziosa
per i fantasmi.
Tu siedi spesso sul sedile anteriore,
che poi era il mio,
quello del morto,
papà.

giovedì 1 novembre 2018

Milano Ghisolfa

La città l'accoglie sempre così.
La fine dell'autostrada e subito il ponte
che non porta più in luogo alcuno.
Nessuno
per cui svoltare in via Stephenson.

Così
i decenni finiscono, già
non si è più giovani eppure
la città rinnova il saluto,
il segno,
fisso nel cemento,
fotografato
nell'unico e solo flusso,
la tangenziale che coltivò
con la sua corsa pigra,
i sogni dei vent'anni,
poi spenti come stelle.

La città dimostra,
delle cose,
in silenzio,
il permanere.

Insiste.
Dice di loro,
che sono stati un tempo.
Trapassato.

Erano stati vivi.
Con nomi brevi e assonanti,
stringhe sonore di "i" e di "a",
consonanti scarne a tenere
due musi d'amanti,
si erano rifugiati,
erano stati tutto.

Oggi
l'infinitudine di tutti i loro
torniamo a casa,
e torniamo a casa,
non fabbrica nemmeno
un solo momento
di più, 
né un noi né un io né un tu,
della Ghisolfa rimane un loro,
un monumento.

Che l'accoglie sempre.
A ricordarle che a casa.
Dopo l'autostrada.
Mai si torna.

lunedì 22 ottobre 2018

Andar via da sempre

Da mezza vita attendo
questo diciannove.
È passato.
Ma dove sei?
Sulla collina che non raggiungo.
Solo con la mente,
è d'erba e di sole,
solo,
avresti dovuto arrivare.
Ti aspettavo e ho quindici anni
di più,
Quinci, che ne dici di tornare.
Ti vien da ridere?
Sì, fai bene, è pazza,
senti che ti chiede ora.
Dopo quindici evasioni fallite
dai suoi quindicimila
anni reclusa 
nel mondo-N in cui tu Non-sei,
che ti chiede, ora!
Tornare!
Così vecchia, non ha capito!
La metà della vita
e non ha capito!
No, così tu chiamavi
il primo amore e allora provo,
forse mi senti,
Cirillo,
Chimera chiama Chimera,
Quinci,
che ne dici di tornare?
Tu che vai via da sempre,
non sarebbe gentile,
per cambiare, arrivare?
Ma forse non puoi
non sai più come fare.
Tu che vai via da sempre,
ma la via non si vede,
non si fa più trovare?
Tu che passi attraverso
la soglia del cosmo,
non puoi ripassare all'inverso?
Andar via da sempre
è forse un dovere,
una legge speciale
dell'universo?
Non puoi scambiare il morire
col dormire?
Anche solo per sbaglio.
Sbaglia, papà,
disimpara la parte.
Quindici atti son tanti,
il teatro sta crollando,
tu mi lasci da sempre
orfana del ritorno,
io da sempre dimentico
ma ti ricordo
quando sapevi dire,
eccomi,
ma posso dirtelo anch'io :
tu che vai via da sempre
e sai andare via bene,
io invece rimango,
l'addio lo rimando,
atea da sempre,
ho solo un "a presto",
un "a dopo", un "atout".
Io invece
da sempre alla fine solo
ti sto aspettando.





 






giovedì 26 luglio 2018

Tutta la vita in una notte

La danza mi vaga nei muscoli
come un dolore simpatico,
sembra sia scritto e invece
sbiadisce piano piano.
Ma ieri nella notte
stava la vita tutta,
la sua domanda grande,
risposte smangiucchiate.
Non fu sintesi ma
movimento di corpi,
fu un accendere e aprire,
au décapsallumeur.

Apri una birra, 
accendi una canna,
un solo utensile,
per tutte queste labbra. 

Non rider di noi,
signore del tempo,
non minimizzare.
Mica è poco appicciare
il poco che resta,
farne piccola festa,
ripiegarsi di mare
in tempesta.

I tempi son mesti,
ridicoli, storti,
padroni funesti,
ma non siamo morti. 

Mica è facile ridere.
A trent'anni il pozzo
delle vite precedenti
si spalanca cupo e rozzo,
ti fa un male cane ai denti.
Dico, lo senti ?
Il mare ha chiuso.
Il mare ringhia,
il mare di mezzo è escluso,
il mare azzanna,
porta i suoi morsi il caruso,
il mare piange
i corpi di chi si era illuso.
Movimento di corpi.

E tutto quel che fai
è chieder come stai
ai figli dell'orrore,
ai nati al viaggio
e morti e rinati,
marchiati al coraggio.
È il tuo lavoro?
Scrivere sempre
le tue parole cliniche
Purché non siano ciniche.

Scrivi della notte.
A volte,
tutta la notte
sta in una vita.
Allora.
Appiccia quel che resta, 
psico-nauta.
Appiccia e apri,
se ti riesce,
apri un solo varco
nel muro abissale,
un'onda soltanto raccogli
di tutto 'sto male.

 

mercoledì 6 giugno 2018

il nord nel tempo

Devo andare,
oltre la finestra
andare correre strade, in fretta la città
sotto la sua pelle ancora,
soltanto attraverso,
e come saranno i due fiumi oggi,
oggi nel vento come le cose,
le polveri sottili che scorrono
- e cos'altro ?
Tutto scivola via.
Anch'io pensavo così, invece
ho ricordi a grappoli,
vedo le coordinate oggettive
del tempo, sempre meno mio,
io c'entro sempre meno,
il tempo non scivola e quindi nemmeno le cose,
le polveri sottili e cos'altro,
il tempo è un'agenda scaduta,
la data giusta dell'anno sbagliato.
Tutto sotto la crosta degli appuntamenti.
Tutto che si dice senza potersi dire,
negli occhi e nello scambio di tremore e calore,
fragile,
tutto che si fa senza potersi fare e quindi
sempre si disfa,
tutto che succede oltre la pagina bucata,
esausta di troppi impegni
troppo inchiostro a coprire.
Da qui so vedere il nord nello spazio.
So vedere, nel tempo, un'ipotetica Polaris

- forse è solo una vecchia foto
in cui camminiamo insieme e guardiamo il sentiero,
come aironi maldestri
o equilibristi.




 

venerdì 10 novembre 2017

e la cometa di halley squarciò il velo nero




Tu vuoi vivere così
per inerzia e per comodità
per qualcosa che non riesco più a capire
e poi ami con tranquillità
come un Dio lontano
che non ha nè problemi
nè miracoli da fare
non capisci che ci ucciderà
questo nostro esistere a metà
che la casa ha i rubinetti da cambiare
eppure un tempo ridevi
e mostrandomi il cielo
mi disegnavi illusioni e possibilità
e la Cometa di Halley ferì il velo nero
che immaginiamo nasconda la felicità
tu vuoi vivere così
coi vantaggi della civiltà
e pontifichi su ciò che ci fa male
non la vedi la stupidità di una relazione
che non ha francamente neanche un asso da giocare

Non ci credi che ci ucciderà
questo nostro vivere a metà
che la stanza ha le pareti da rifare
eppure un tempo ridevi
e mostrandomi il cielo
mi disegnavi illusioni e possibilità
e la Cometa di Halley ferì il velo nero
che immaginiamo nasconda la felicità
lasciami da sola
fallo solo per un po'
lascia stare
non pensarci più
lasciami la radio accesa
lasciami cantare
e qualche cosa da mangiare
servirà
ed una notte piangesti
guardando nel cielo
mi disegnasti illusioni e possibilità
e la Cometa di Halley ferì il velo nero
che immaginiamo nasconda la felicità
eppure un tempo ridevi
e mostrandomi il cielo
mi disegnavi illusioni e possibilità
e la Cometa di Halley squarciò il velo nero
che immaginiamo nasconda la felicità
eppure un tempo ridevi
e mostrandomi il cielo
mi disegnavi illusioni e possibilità
e la Cometa di Halley squarciò il velo nero
che immaginiamo nasconda la felicità
io ti dico addio
tu mi dici ciao
io ti dico addio
tu mi dici ciao
io ti dico addio
tu mi dici ciao.
(F. Bianconi, Baustelle)


https://www.youtube.com/watch?v=loh8tVi8v3w

giovedì 9 novembre 2017

strogonoff

il viaggiatore viaggia solo
e non lo fa
per tornare contento
lui viaggia perché
di mestiere
ha scelto il mestiere
di vento,,,!"((*>

saggezza post-adolescente
torna una notte in bus, si aggira fuori
si agita
nel nero. Saggezza
non torna contenta nemmeno lei,
mai ma torna con vento.
con un giro di tempo, come gli agosti
e gli ottobri
e il cupo mese dei compleanni.

Ma non c'è niente di completo, né rotondo, oggi.
Oggi otto, nove, ecco
l'eco della notte
del suicidio di C.
L'eco della catastrofe che non ho saputo
prendere in cura,
l'eco del tuo sogno-bi,
in cui C. e il suo humor
la cucina e ti sei reso conto,
che era un sogno, sulla porta, che non l'avresti rivisto,
e abbracciatolo forte hai pianto
pianto sapendo che era un sogno hai pianto
sulla porta di un sogno mon âmi,
così tanto mentre lui
cadeva verso il cielo e tu lo tenevi
lo piangevi -
o l'eco del mio sogno,
dei viaggi verticali aggrappati alle candele
che si consumano, si consumano e non poterti portare,
non poterti più
mon trop proche
affratellare.

Che vergogna.
Dentro la notte e la saggezza adolescente
che vergogna questo viaggio
che non so viaggiare sola
e neanche con te. 

Che fatica.
Dentro la notte e la meccanica quantistica,
ma gli ion non passano i muri
e nemmeno le sequenze, 1,0,n,
n è un mondo binario
collassa i possibili
il tempo che non si volta

E allora è solo l'ora delle campane
nella testa non segnano l'ora,
- buon viaggio nella testa -,
segnano l'eco
un compleanno d’amazzone,
impossibile eppure sì
dopo la morte e il grande male.
Con tutto il bene, il grande male,
con tutto il bene combattuto,
vinto, spero, spero, spero vinto,
il mio cuore ogni giorno si riempie
di speranza che sia vinto
e svuota la sera
la bassa marea,
e cola polvere lacrime inutili, cera
solo liquido è il mio amore.

Ma che la casa della festa lo sia ancora !
Solida sotto il tetto che crolla e ripara,
ripara l'amore, tu la casa,
la casa l'ultima che di casa mi ha ispirato la voglia,
di piccola-famiglia, la casa tanti-amici,
la casa braccia-aperte e pié-veloce,
di pensiero svelto e vasto,
la casa danze a fuoco, casa-marmite,
la casa che profuma
di legna e strogonoff,
la casa meticcia, molte-lingue,
pluri-musica, e musi,
la casa cena-tardi,
"a tavola", forse è ora, ora H. lo dice ora
con irripetibile accento
e gioia bambina, la casa voltée, di vita volée
di non compromessi e mezze notti
che diventano intere,
che la casa della festa lo sia ancora !

Il viaggiatore pazzo ricorda,
il viaggiatore perso e sbandato
il bandito ricorda i pezzi
non sa fare l’arte
ma lyre le temps proprio ora suona
vai a capire le teorie del caos,
e le pratiche e vai a capire
come dirgli grazie ora,
ma sì, massì, mercy et alors merci,
merci le caos por ces cicatrices à ma main gauche,
grazie polaris, stella psicotica,
grazie the light-house
grazie stella strabica per questa lambda casa
l'ultima ad accogliermi senza garanti
we accept you we accept you we accept you one of us,
haut les coeurs ma io
ero un mostro mannaro, e la luna,
e la sua piena,
noi ci scherzavamo ma poi
hai visto
hai visto Lupo mio in che cosa mi ha mutato ?
Più nera di te,
ero un mostro mannaro,
son fuggita nella notte per non farvi male
per nascondermi
e per i miei desideri maldestri e ingombranti
come ali di albatros.
Vi ho fatto male !
Mi avete fatto male !
E sempre penso non sia il dolore ma il bene,
con tutto il bene,
la misura -

Spero vi liberiate e gridiate
spero abbiate nei polsi la danza solo vostra
quella che fa saltare,
il passo leggero
e ancora un'altra eco,
spero e nel vento ricordo,

in debito delle mie
scritture più audaci,
in debito eterno di baci
con tutto il bene.

venerdì 13 ottobre 2017

ho rotto uno specchio

Le miroir brisé
 
Le petit homme qui chantait sans cesse
le petit homme qui dansait dans ma tête
le petit homme de la jeunesse
a cassé son lacet de soulier
et toutes les baraques de la fête
tout d'un coup se sont écroulées
et dans le silence de cette fête
j'ai entendu ta voix heureuse
ta voix déchirée et fragile
enfantine et désolée
venant de loin et qui m'appelait
et j'ai mis ma main sur mon cœur
où remuaient
ensanglantés
les sept
éclats de glace de ton rire étoilé.
 
Jacques Prévert,
Paroles
(1946).

lunedì 18 settembre 2017

non dire più atomi

Sull'Ucronia non mia, un tempo che va via, tempi persi, tempi presi, tempi appesi ad asciugare. Dichiarare.
Io sono malata ! Del male della mia epoca non mia, malata ! E non conosco la cura ! Non ho mai avuto paura di questo male, è il mare del non saper amare ! Adesso ho paura ! Di questo amare male, male, male, chi mai mi potrà perdonare per il mio amare che si butta ammare, si butta, amare così male dovrebbe essere reato. Vostro Onore, io chiedo la massima pena, io chiedo, e che i miei occhi, come quelli del condannato, indugino lungamente sullo spigolo della tribuna dei giurati, lungamente, come il messaggio più importante, prima che mi portino via. Mi arrogo il diritto al rogo, o alla prigionia perpetua. Non brucerò come fenice, starò sola, felice di non recar più danno. Io sono valsa la mia pena.
Vostro Amore, io mi costituisco, mi rendo alle forze dell'ordine perché il mio disordine non diventi ancora più forte, per fermare il contagio. Io sono figlia di un secolo che non ama. Sono il mutante post-umano, ma non come sperava Nietzsche, io non sono forte, la mia volontà è pallida e non ho alcuna durezza ! Vostro Onore, io disonoro i poeti veri e i grandi amanti della mia specie, disonoro i partigiani e i resistenti, io disonoro i padri e le madri, e gli umili, che vivono soltanto del loro amore, che dicono "per sempre" e lo mantengono, con semplicità e coerenza, io disonoro quelli che restano, contro il furvento, restano davvero uniti, e non sono nemmeno consapevoli del loro eroismo.
Io sono il furvento.
Sono il mutante malaticcio, che scivola tra le vite degli altri come una variabile impazzita, io creo drammi tragicomici perché intrattengo equivoci, sono un serial-killer di cose belle, di legami, bisogna legarmi, arrestarmi, fermarmi prima che sia troppo tardi. È già troppo, ed è tardi.
Figlia di grandi mitomani, figlia di isterici, sono un concentrato delle tendenze peggiori del mio tempo tristissimo, che confonde la libertà con una linea sclerotica di scivolare, di sottrarsi, ciascun per sé. Ero idiotamente fiera di questa mancanza di identità, di questa inconsistenza, mi dicevo, io passo nelle vite degli altri, ne penetro il nucleo e le nutro, e me ne nutro, poi parto. Tramonto, lascio il posto, mi decentro sempre, ma non è solo questo, non è solo questo. C'è il dolore degli altri, hai un'idea, razza di stupidella, del dolore che provochi ? Di come le lasci, queste vite, quando le lasci ? Con che diritto ? Ma non controllo nulla, vivo di differenze di potenziale, di flussi, io non sono nulla, un ammasso di velocità, dovrei essere soltanto un vento, un venticello bislacco che confonde le barche a vela, e invece no, la mia epoca assurda mi ha fatto carne di essere umano. Perché questo mutante che sono è purtroppo il prototipo dell'umanità futura. Precaria, insicura, che non si cura, nessuno si cura degli altri, ci sono solo schegge impazzite di un Sé che non consiste, che si disfa. Io non sono qui, ma non perché sono sempre e ovunque, contemporanea-mente. Io sono sola-mente. Maltratto il corpo perché lui ricorda, si affeziona, il corpo si lega agli esseri amati, e io lo slego, lo scucio, gli squarcio tutti gli appigli, perché questo purtroppo è il mio destino - ovvero, quello che decido, ovvero, quello che ripeto.
Come fidarsi, come fidarsi ancora di me ?
Vostro Onore, diffidatemi ! Vi rendete conto di quale pericolo rappresento per il mondo umano ? Sono portatrice di una distruzione senza scampo, la devastazione post-capitalista scorre nelle mie vene e nei miei automatismi di azione e di pensiero, sono stata programmata per questo, Vostro Onore, non vedete ? Per distruggere ! Io porto il Caos, necessario al cambiamento storico, porto il marchio oscuro dell'Antropocene. Per questo, mi hanno chiamata "Gaia". Perché io incarno il germe della fine dell'uomo - la fine della società, dei legami che la fondano, la fine della Kultur ! Il mio movimento, nel mondo, è una traiettoria di disfacimento, come Penelope di notte disfa il suo arazzo, io disfo, nella notte della mia coscienza, le regole umane, e il mio lavorio minaccia la sopravvivenza della polis ! E quindi, dell'Uomo ! Le forze violente della Terra mi guidano al di là dei miei fini personali, non sono una "persona", io agisco la volontà di potenza oscura di questo pianeta ferito, che deve eliminarci, per fare spazio alla vita che noi non cessiamo di espellere.   
Poli-amore, donna-lupa, divenire famelico, essere caleidoscopico, incessante passaggio, mito di tutto ciò che è effimero ! Nostalgia ! I miei amori sono arti-fantasmi. Non perseguo la felicità di nessuno, nemmeno la mia, soltanto questa nostalgia invincibile, compimento di una missione che ho sempre voluto rimuovere. Ma che ho ! Ecco le prove, Vostro Onore, tutte le prove !
Condannatemi. Nemica della specie. Mutante pericoloso, veicolo di un virus ideale contagiosissimo, che frammenta l'amicizia, l'amore, la famiglia, il tempo di vita insieme, il consorzio umano. Virus che divora da dentro i dispositivi sociali, unici garanti della sopravvivenza umana.
Curatemi.
Estirpatemi.
Sono malata del male del millenio.
Incapacità di amare.
Il mio corpo, che è umano, soffre di questo squarcio.
Che gli atomi si disfino, che i tiamo si tacciano, io chiedo di tornare
ad essere vento.
 


   

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