ucronista

La mia foto
Paris, France
Gaia Barbieri nasce e vive nonostante tutto come il basilico a Lausanne, da trentaquattro anni e più che altro per curiosità. ...JeSuisUnAutre...

tempi persi

sabato 27 aprile 2013

dodici marzo

Il tempo sorpassa la soglia
il ramo rinuncia alla foglia
d'inverno rimane la voglia
ma è
prima vera primavera
finalmente crudele
come Aprile
e le foto non fatte,
gli anni inciampati
nella neve sciolta.
Storta, tremo la penna
ho come fiumi
la Maina e la Senna,
unici lumi
di una ragione andata.
Sbagliata la strada
confusi i confini,
i vini 
naturali non soffrono,
ma forse noi sì.
E queste famiglie
abitate poco
per sempre per gioco,
le coincidenze scivolano
inutile il freno
mentre il treno già parte
da qualche parte
nel futuro vicino,
mentre il treno già porta
a porte chiuse
e bruciore agli occhi.

Ma soprattutto non voltarti indietro
a chiedere il tuo nome alle ombre,
la pasta che scuoce
all'odore di peperoni, oltre
il cuore che scava, si scuce
al profumo di fiori morti.
Un'altra volta di case svuotate
un altro ritmo di vite lasciate
come trapezista a saltare
da una corda all'altra ma
poi sempre nel vuoto,
a cadere.
Soprattutto respira e conta
quante volte, soprattutto
spingi forte il fiato fuori,
niente dentro,
soprattutto rinuncia.
Un'altra volontà di niente
se non di seccarsi e partire,
ennesima foglia che accetta
del vento l'abbraccio fatale. 

domenica 21 aprile 2013

fin de partie


se fossi ancora in grado di dire
ti parlerei di una primavera bianca di nebbia,
di un inverno colorato di neve fragile,
delle sfumature sempre più sottili
che dividono i sogni dagli incubi dalla realtà,
visioni, gioco del destino, casualità.

ma non so più.
the cruellest month finisce ancora,
lo senti?
e siamo ancora qui, piccola musa,
in questo piccolo spazio bianco
stanco
arranco per toccarti, ma non esisti e alla fine forse
manco io.

taci e guarda.
nel fondo dei miei occhi vedo
il colore delle foglie morte e il bisogno di sparire
- gemello triste e crudele di quello di essere visti.

esaurisco le energie vitali, e poi?
dopo cosa viene?
che ci sia una data di scadenza, scritta nei geni?
che esista il germe del "c'est tout", più precoce e sottile di quello della morte?

ho visto tutto, ho fatto tutto, sono stata tutto,
mi dico a volte.
e sono sempre più seria.
cosa viene, dopo?

piccola musa, non passare.
una vita a dissipare, una vita ad illustrare illusioni,
una vita a raccontare, a fingere
di cambiare storia, una vita di astuzie retoriche
una vita
di parole.
e una parola, l'ultima, nutrita dal germe sotteso a tutte le altre,
e una sola parola che non so dire,
che non riesco a respirare,
piccola musa, non andare.
 

martedì 12 febbraio 2013

digiuno

ho paura.

per favore, fermati solo un attimo.
piano, piano, non battere così, un attimo,

non ho più il cuore.
chi ha preso il mio cuore?
in quale cripta?

ho paura.

ti prego, una sola immagine.
lasciamela.
risparmia una sola immagine
in cui possa riconoscermi,

no!
specchio!

non cambiare così
realtà.
ho bisogno di un fazzoletto
salvo
di realtà
per i miei occhi.

ho paura.
fino a dove
ancora

mai più?

venerdì 1 febbraio 2013

la chair, le marbre


Nei tuoi occhi cerco
una delicatezza disumana,
come carne di marmo.

Mon ami.

Voglio sentirti dire che è per sempre,
questa caduta effimera,
che scamperemo alla vita ordinata,
alla lista della spesa,
che non ci seppelliranno
sotto ceneri di curricula brutti,
che siamo liberi di tremare ancora,
di bruciare altro tempo
danzando
per scaldarci.

Ma ho dissipato le ali,
e senza saperlo
eccomi alla fine del cielo,
a toccare un fondale
che è solo azzurro. Busso.

Silenzio.

Un fondale muto,
una fine

piove sul mio tetto a Parigi,
io ascolto e non esco,
che i brividi mi tengono.

Come piccione immobile
aspetta al freddo di un alto anfratto,
così io mi aggrappo,
mi canto in testa parole vecchie,
per non sentire
 precipitarmi intorno
gocce di tempo andato.

Cerco nelle tue mani bianche
una tenerezza eterna
come carne di marmo,
ma il marmo è la carne dei morti! ,
ci diciamo ridendo.

Il fondale azzurro trema,
ha freddo, io dimentico ancora
di parlargli del sangue.
Che è quello, alla fine, che il marmo non ha.
Circola come lava vacua,
è così tanto. Ci si farebbe l'Oceano.
Chissà poi perché è rosso.
 Illumina la pelle da dentro.

Ti guardo muoverti leggero,
sfiorare le statue
e gli apprendisti artisti
che segnagno Bellezza sulla carta.
Sì, illumini la pelle da dentro,

e io sento la mia vorticosa debolezza
come felicità strana,
un cuore di marmo palpita
scolpito dal mio troppo molteplice
volere,
desiderio ubriaco,
eccesso d'amore, di visioni
di mondi possibili,
struggimento di storie,
confusione  mortale
di vitali identità.
 

sabato 10 novembre 2012

avanguardia



Ma Frida, dove vai? Dove mi porti? 
Me lo chiedo che son già per strada e non mi fermo.

Perché la mattina, quando ho paura di scomparire, con un automatismo solo fisico mi alzo mi vesto e vado al mercato. Lì, apro gli occhi. Sfilo muta tra il frastuono dei colori dei quadri che ho lasciato per sempre a metà, tra le voci che ho perso, tra tutti i volti che potevo avere e invece no. Le associazioni mi travolgono, dimentico di respirare e mi sembra
che tutto sia già accaduto. Mi sembra di essere alla fine.
Vedo tutti questi esseri vivi, li vedo in bilico, in punta di piedi sull’estremo punto del tempo passato - del fino-ad-ora – protesi, sbilanciati senza averne coscienza verso il baratro del tempo futuro, del d’ora-in-poi. Tendono le mani aperte al pescivendolo e al vuoto che verrà.
Ma adesso è il futuro più futuro di tutto il tempo dell’universo. L’avanguardia siamo noi che ci troviamo ad esistere ora. Ora. Ora. Tutto nella storia è passato, distrutto, cambiato, nato e morto per arrivare a forgiare questa mattina che finisce. Ne è valsa la pena?
Li vedo scivolare in serie, cadono nel precipizio vivi senza farci caso.
Ho le vertigini.
Uno dei volti stamattina mi frusta gli occhi con l’evidenza delle cose perse. Che effetto mi fa Agnès che passa veloce, si fa largo tra la gente, chiede permesso, non sembra felice e non guarda nessuno? Non avrò il tempo di fermarla. Non ci sarà il tempo per chiederle che fine hai fatto, che ne è del tuo amore, e della tua fragilità, hai poi scritto altre filastrocche, ripensi mai a noi. Non ci sarà il tempo di guardarsi e domandarsi in silenzio chi abbia tagliato via il tempo che pensavamo ci sarebbe stato.
Amica mia, ricordi che s’era sorelle, io e te? Poi qualcosa è andato storto, un nodo si è sciolto, ci hanno tolto un brillare dagli occhi, la sfumatura che davamo insieme alle cose. Ci siamo fatte grandi.                                   
E’ andata, ormai, è lontana. Non c’è stato il tempo.   
Cavalco velocissimi destrieri di nostalgia, tutto avviene in così breve spazio, tutto è l’istante che finisce anche quest’altra mattina. Capisco. Quello che ho già capito e dimenticato, che poi ancora dimenticherò, e ancora. Stanotte ho sognato di essere sola nella sala di un museo con le pareti rosse, tutti i miei quadri erano appesi alle pareti, ognuno affiancato dalla sua didascalia con titolo, anno e descrizione. Una vita riassunta, tutto così semplice. Ma mentre li guardavo il rosso è colato dai muri e li ha inghiottiti. Quadri e didascalie. Sono rimaste le forme, i simulacri rossi appesi ai muri, li ho toccati ed erano freddi gelati come il mio cadavere quando morirò giovane, non avrò più tempo, farà così freddo, avrò bisogno di un fuoco
“Seňorita, que passa, seňorita?”
Mi sorprendo stupita a piangere mentre cerco i soldi per pagare le arance, che scivolano e rotolano per terra inesorabili come la fisica. Sorrido ridicola, e annaspo nella comicità dell’esigenza di cercare i soldi, adesso, e insieme inseguire le arance. Che fuggono, obbedienti come tutto alle leggi cosmiche.




martedì 25 settembre 2012

amnesia

e dunque sono vecchia,
e questi anni passati?
non li trovo. 
che vuol dire "li hai vissuti"?
se li ho vissuti sono morti,
e per crederli morti dovrei vederne il cadavere,
ma non c'è.

e allora cosa?
dovrei sentirli tintinnare in tasca
o scoppiettare sul fuoco,
o almeno sotto i denti,
quando mastico, 
dovrei poterli mangiare
e poi pulirne bene i residui,
con il filo interdentale. ma no,
voi non mi dite mai niente,
non mi date mai nulla da seppellire,

datemi gli anni morti
in un'urna di orologi,
così che possa misurarli sempre,
cucitemi un vestito
di lancette
che indichino il momento
il luogo
la direzione,
che tengano i miei conti
e sappiano esattamente 
quanto manca all'esplosione.

scrivetemi in fronte 
una data di scadenza,
disegnatemi sul viso
quel che ho perso.
che ho negato.
che non sarò mai più. 

voglio fare il funerale,
il funerale voglio fare,
il funerale al passato,
voglio ricordarmi di ricordare morto
tutto ciò ho dimenticato vivo,
ma nessuno me lo scrive,
nessuno me lo scrive addosso,
è sorprendente come la morte del tempo
sia solubile e poco notevole.

una morte simpatica
mi tiene in scacco,
io invecchio, sbiadisco, scompaio
ma quando mi leggo poi ricomincio,
non conservo i dati di fine in memoria,
continuo a dimenticarmi che sono un clone,
che sono morta,
che è già successo,
che succede ancora.


mercoledì 19 settembre 2012

1000 punti esperienza

Mademoiselle, s'il vous plait,
questi italiani che non capiscono mai niente.

E invece sì che capisco, monsieur,
capisco tutto anche se parlo storto,
mi vien da ridere perché ti leggo,
colgo le parole il senso ma anche i colori, ora,
e se Paris mi invita
io vado au cinéma con lui, - Parigi è un maschio-
e rido e mi commuovo come lui,
come se un nuovo modo di sentire mi nascesse dentro,
una nuova empatia.

Frammenti di sfumature sconosciute
mi pervadono a ondate irregolari,
c'est fort bizarre ça,
come accorgerti di crescere mentre stai crescendo,
e in aereo un americano mi prende per francese,
e ça veut rien dire, ma è bello,
e adesso è ora,
ciao Milano, devo andare, signora ferita - Milano è una femmina-
non ti dimentico, ma il momento è adesso,
adesso aiutami a lasciarti, che mi sento pronta
per il salto.

venerdì 29 giugno 2012

foto, graffi e.

In meno di un secondo
la mia fotografia si è scottata e io ho sentito male
e ho capito
di essere viva
adesso.

Con lo sguardo che avrò per sempre ti ho guardato,
con il volto che mi sopravviverà ti ho pregato

-ti prego tienimi fuori
dallo spaziotempo
ti prego tienimi dentro
i contorni di questo universo di carta
di luce
di buio.

Ti prego, tienimi.-

Ma le fotografie non parlano,
loro guardano solo, mute sfingi.

In meno di un secondo
sono nel pieno del ventitreesimo giro,
no, basta, portami giù, fermami,
lo spaziotempo mette le lacrime agli occhi
e troppi trapassati remoti
e timidi biancastri futuri interiori... NO.

No, non mi terrai.
Adesso basta, devo andare, dici,
devo sopportare la distanza, attraversare altri ponti alti sulle lacrime agli occhi,
imparare ad essere dura, ad essere sola.
Senza di te. E' necessario.
Per non aver bisogno, per bastarmi,
per diventare grande, finalmente.
Per prendere la mia vita in mano e urlare MIA!
MIA, MIA, MIA!!!
Ah sì, mia, tutta mia questa stupida vita,
lunga vita a me,

e avrò tempo. Sì, tanto tempo vuoto
in un deserto di metallo
per lavorare su di me, come le persone fighe.
A picconate
lavorerò su di me, per confondere il dolore
esulterò,
tra gli schizzi di sangue griderò "mia", 
pagherò l'affitto, imparerò a stirare a sturare il lavandino e a stare sola.

Ma a dimenticare, come prima cosa.

Sarà così bello addormentarmi.
Sbiadirà la nausea e il senso di assurdo. 
Non avrò più nostalgie, e mi sembrerà avere un senso
il mio utile. Farò calcoli, stilerò statistiche e
riderò da pazzi come una persona emancipata alle battute sessiste,
amerò la pornografia
e i corsi del comune di arte e sesso orale.
Non avrò più voglia di morire.

Non vedo l'ora.

Sarà tutto bellissimo, quando mi sarò cambiata.

In meno di un secondo,
la mia fotografia si è carbonizzata,
non ho più sentito male,
non mi è interessato capire,
la cenere l'ho buttata nel cesso
come quando muore un pesce rosso,
e ho tirato l'acqua tre volte
prima che andasse giù.

Nel mare.

domenica 29 aprile 2012

april is the cruellest month



il tempo diventa sempre più sottile,

come le magliette lavate troppe volte.

il tempo stinge.

lo indosso comunque, con una specie di sciatto orgoglio.




il riflesso nello specchio

l'ho sbiadito al posto dei ricordi.

mi saluta fino a sparire,

e in questa dissolvenza

io lo saluto

e mi sento più unica.




i due compleanni invece

ci sono ancora,

occupano sempre

il doppio e la metà.




è stonata la malinconia,

questi giorni d'aprile.

il tempo diventa

più sottile,

come le parole troppo usate.




sulla collina ho avuto ancora

voglia di piangere

di spaccare il marmo

e di portarti via,

c'era il sole.

poi mi sono appoggiata ad un albero

poi ho pianto

poi ho guidato a casa

poi ho fatto una torta al cioccolato.

ti sarebbe piaciuto, questo compleanno.




ma il tempo diventa sempre più sottile,

il presente si consuma,

il futuro evapora

nel pensiero che tanto

non ci sarà.




giovedì 15 dicembre 2011

il vecchio e i giorni futuri

qualcosa di meno esplicito.
la poesia è nei dettagli più minuti.
qualcosa di più esplicito.
la poesia è nella chiarezza universale.

qualcosa di più o meno esplicito.
qualcosa di più. qualcosa di più, di più di più dipiù

di meno, di meno - di meno.

meno di meno.

aaaaaaaaaaah
e intanto io vedo un vecchio che cammina rasente un muro nero nero,
i polpastrelli al posto degli occhi ciechi, un sacco di tela pesante sulla spalla sinistra,
pieno di tutti gli anni di tutta la vita
che non gli servirà più a nulla ma lui se la porta dietro comunque. che non si sa mai che magari oggi...
la saggezza del vecchio cieco è espilcita è scritta in grande nel suo avanzare sincopato e inarrestabile
il vecchio è come il tempo e i suoi passi sono secondi
(troppo esplicito?)
sono secondi lenti e faticosi,
ognuno deve stacc-aaaaaa!-rsi dall'altro;
tante piccole violenze alla potenziale unità del tutto
tanti salti mortali da un anello all'altro della catena del prima e del poi
- dal prima al poi -
prima o poi, uno pensa, il vecchio cade per terra
e il suo enorme sacco si apre e i giorni passati rotolano dappertutto e noi possiamo vedere i suoi ricordi e lui no e noi diciamo
che è partito che gli è venuto l'alzheimer.

e invece no.
io vedo il vecchio che avanza e sento il rumore dei secondi che stacca.
aaaa...aaaa...aaaa...aaaa...

è ruvido il muro, vecchio?
no. è solo scritto.
e cosa c'è scritto, vecchio?
che niente di mortale lascia mai il segno.
è una bella scoperta, vecchio.
non è una scoperta, è quello che c'è scritto.
e tu, tu lo lasci, il segno?
certo. non lo senti il rumore delle mia dita sul muro, non lo senti il rumore dei miei pa...
sì vecchio, lo sento il rumore dei tuoi secondi.

-silenzio. il vecchio si è fermato.-

perché ti sei fermato?
sono stanco. e ho la vista annebbiata.
ma tu sei cieco, vecchio.

-silenzio. il vecchio ride, piano.-
(troppo poco esplicito?)

a chi stai portando quel sacco, vecchio?
a nessuno.
ma te lo trascini in giro così, senza...
lo stavo portando a te, ragazza. ma ho cambiato idea.

- quando mi interrompe, il vecchio non sembra affatto vecchio, ha una nettezza poco umana -

e perché? cosa c'è dentro?
i tuoi giorni futuri.
menti, vecchio. quel sacco è pieno dei tuoi giorni passati.

- il vecchio appoggia il sacco per terra, vicino al muro nero nero dove stanno scrtte solo per lui le belle scoperte. Lo fa con un grande sospiro di sollievo, come se fosse la prima volta che si libera di quel peso. Per un po' sta piegato, le mani appoggiate sulle ginocchia, la bocca spalancata a cercare aria. (Allora non è immortale!) Ha lo sguardo immobile. (Allora è immortale! Ma sarà cieco?) Io lo guardo immobile. (Allora sono morta! Ma sarò cieca?) Il vecchio si rialza, piano piano, e comincia a cantare-

quel piccolo piccolo bicchiere
che giglioletta aveva in mano
stanotte l'ha fatto cadere
un tipo davvero strano,

gli han detto i cocci sono tuoi,
lui ha risposto siete voi
che siete rotti e non sapete
nemmeno se chiamare il prete.

ma sai che sei un tipo strano,
e forse anche un po' villano, oh
grazie miei signori belli,
andrò ad aggiustare ombrelli.

gli ombrelli che poi voi usate
quando la pioggia vi importuna, oh,
voi non avete più la luna
nelle vostre sere apparecchiate,

chissà che cosa vi hanno detto
del vostro abicì perfetto, oh,
voi non sapete più parole
nelle vostre animelle sole,

così lo strano fattucchiere
che aveva rotto il bicchiere
ruppe anche il gioco dei signori,
la legge del tu paghi o muori,

così il vandalo imbroglione
che certo era un fannullone
disse a tutta la città
la più tremenda verità.

(
troppo poco esplicito?)



mercoledì 14 dicembre 2011

nugae - stupidaggini

c'era un piccolo baule delle cose vecchie,
sì di solito sono grandi ma lui era piccolo.

c'era un piccolo baule delle cose storte,
le custodiva con occhi miopi e le teneva per te.

abbracciava le cose passate che una volta ti erano piaciute,
proteggeva le gocce di pioggia
che ti avevano tolto la sete.

era solo un piccolo baule, ma dentro aveva tante, tante cose:
i passi di danza in cucina, le tristezze larghe come sere estive, i fallimenti.
i film e le canzoni, le delusioni. gli smarrimenti e
tutte, tutte le parole, e tutti i simboli inventati per te,
tutte le piccole cose fragili
che ti avevano fatto compagnia.

una sera chiudesti il baule e nell'addormentarti ti scordasti di lui.

lui aspettò la luce e i tuoi occhi,
contò i secondi, per mostrarti poi anche il tempo
della tua mancanza,
ma tu non tornasti.

avevi perso la nostalgia.
le piccole vecchie cose
non ti piacevano più.

ho trovato il baule nel mio ultimo sogno.
mi ha detto aprimi e liberami, ti prego,
sono troppo
pieno e ora sono tanto stanco.
era piccolo davvero.
io lo aprii e lui morì.
era già vuoto. non pensavo.



venerdì 11 novembre 2011

l'ultima notte (alla corte del Re Cremisi).

ah.
l'encefalo è piatto quasi quanto il gramma che lo registra.
stanotte
i trapassati sono troppo remoti e i futuri ridicolmente interiori.

ulteriori buoni motivi
servirebbero per agganciare un senso,
per dare una forma al morbo,
ma sembra che i miei siano in pausa-pranzo, o in sciopero, o forse
anche loro
in cassa integrazione.

ma no ma no ma cosa dici ma torniamo subito
giovane adulta
vecchia ragazza,
non preoccuparti, torniamo subito ad indicarti la via,
ma tu non indugiare,
vai vai cara, prego, sempre dritto, è facile facile, vedi,
basta non guardare
mai giù.
hai presente tutto quello che ti hanno insegnato a scuola?
ecco, dimenticalo cara, non c'è tempo.
non c'è più tempo per queste sciocchezze, ora,
su, corri cara, sempre dritto,
la strada non ha svolte, non vedi gli altri come sono già avanti?
forza, forza, che non c'è spazio per divagare,
noi torneremo, eh, sì sì torneremo,
ma mica hai bisogno di noi in fin dei conti, eh,
sei grande, corri, corri avanti,
giovane adulta
vecchia ragazza
ora basta guardarci
ora dimenticaci
ora basta con queste recite,
muoviti, chiudi gli occhi, vai!

ah!
i miei occhi!
murati dietro le palpebre!
vedo solo una strada!
dritta! dio ma è così corta?

prima era un bosco incantato
un groviglio di forse e di ancora giallo-rossi,
c'erano gatti rane cani cavalli aquiloni,
c'erano stelle bambini barche a vela ghiacciai paradigmi
bicchieri dolci di vino,
e c'erano dèi leggeri e atei, che ridevano disegnando e cancellando e ridisegnando
i nostri giorni futuri.

ah!
s'è fatto silenzio.
la strada è una e brulla
e vuota.
non sembra per niente una casa.
c'è un cartello che dice
che conduce alla Corte del Re Cremisi.
ma io non ho mai creduto ai re,
e allora mi fermo
e mi siedo ai piedi del cartello.

forse mi ricordo ancora
di quando giocavo con il vento giallo fino in fondo alla segale,
ma ah!
i ricordi si stanno sbriciolando
e non riesco a portare in salvo altre parole.

è tutto stanco e tenue, qui, forse morire non è niente di speciale,
i miei ultimi pensieri prima di addormentarmi.
ma dove sono stata, tutto questo tempo, dove...
i miei ultimi pensieri prima di...

ah!
la mia testa! sono sveglia. sono sveglia?
c'è una specie di fiume viola prosciugato,
mi sono svegliata nel letto
di un vecchio fiume viola,
e al centro esatto del letto
emerge dal fango, gigantesco,
il Re Cremisi.

ah!
si volta a guardarmi,
i suoi grassi occhi strabici
penetrano tutte le me visibili e invisibili,
grasse mani bluastre
mi sovrastano e raccolgono
tutte le me tangibili e intangibili.

ah.
allora eccoci qua, enorme Re della mia strada,
enorme morbido mostruoso Re,
orrendo padre delle mie
effervescenti realtà.
io non ti ho mai creduto, lo sai, Re Cremisi.

Il Re sorride
mentre mi adagia sul suo palmo caldo
viscido e umido come il ventre di tutti gli Inizi,
e le sue risa hanno il suono di certi temporali estivi.
Lo so, lo so che non mi hai mai creduto,
giovane adulta
vecchia ragazza mia,
risponde il Re.
Ma se ora senti la mia voce dimmi cosa ti ricorda.

Mi ricorda il mare quando nuotavo sott'acqua,
mi ricorda le parole trattenute,
mi ricorda l'esplosione muta dei desideri che ho perso.

E forse ora il Re mi sta accarezzando
con la punta della punta dei suoi capelli
alghe danzanti foglie piangenti
e forse ora il Re mi sta cullando nelle sue lacrime,
no, in un'unica sua lacrima galattica,

forse è questa, la tua Corte, Re Cremisi,
alla fine della strada - l'ultima che hai partorito per me -
alla fine mi riporti all'Inizio.
E allora dall'inizio. E' sempre più bello, l'inizio. Dalla casa di mio padre, quand'ero bambina.

Dimmi, vecchia ragazza mia, dove sei stata,
cos'hai sognato, dove sai caduta, raccontami, ora,
senza fermarti, raccontami quello che ho generato per te, che io non sono onnisciente
e dimentico le mie creature, ricordami, ricordami chi sei stata, vecchia bambina mia.

Ah! Padre
smemorato opulento inesorabile padre mio,
mio buon padre,
ecco la mia storia, è una bella storia, sai,
ecco, comincia dalla fine,
da quando l'uomo del sempre-dritto chiede all'uomo del troppo-tardi:
"Dove sei stato"?
Ecco, mio Re, la mia storia fa
Said the straight-man
to the late-man:

"Where have you been?"

"I've been here and
I've been there and
I've been in between.
I talk to the wind, my words are all carried away.
I talk to the wind, the wind does not hear, the wind cannot hear.

I'm on the outside looking inside,
what do I see? Much confusion, disillusion
all around me.
I talk to the wind, my words are all carried away.
I talk to the wind, the wind does not hear, the wind cannot hear.

YOU DON'T POSSESS ME,
DON'T IMPRESS ME!
JUST UPSET MY MIND!
CAN'T INSTRUCT ME
OR CONDUCT ME!
JUST USE UP MY TIME!

I talk to the wind, my words are all carried away.
I talk to the wind, the wind does not hear, the wind can...

...Not here."




lunedì 17 ottobre 2011

giovanna senza l'arco

uno più uno più uno più uno
più uno più uno più uno più uno
fa

sono vecchia.
mi restano soltanto
sei ansie ansimanti ammassate in anse
ansie assennate
assonnate
ansie amate
ansie nate
morte.

nei miei barattoli conservo ceneri di cervo nero.
è scappato col pensiero, ha vissuto un giorno intero
poi è bruciato,
qualcuno diceva
ch'era spacciato. fritto, andato.
condannato.
consumato dalle fiamme,
- pensa un po' -
non ha fiatato.

ha soltanto salutato
con l'occhio sbarrato
il ricordo sfuocato
di esser stato liberato.
ma, caro cervo, hai sbagliato: ormai eri incendiato,
e tutto il resto
era già dimenticato.

ogni tanto, quando nessuno mi vede
parlo con le fate che ho ammazzato
con un semplicissimo non vi credo,
io piango loro ridono
e poi giochiamo a carte.
e poi io perdo loro vincono
e allora dico

sembra così lontano il tempo in cui saltavo
ad occhi chiusi giù dalle finestre,
pensando ad un ricordo felice,
decisa a volare,
sembra così lontano il tempo in cui cadevo
ad occhi chiusi nello stagno,
con chiuso negli occhi il mio ricordo felice
e il desiderio frustrato di volare
e lo stagno,
ora

cado ad occhi aperti
senza più salti, né finestre,
cado senza desideri
e i ricordi felici marciscono
nello stagno.

i've had my hair cut,
ho avuto i miei capelli tagliati.
e bruciati. bruciati come il cervo nero.
giovanna d'arco senza poesia,
non provo più niente per gli Inizi,
non salvo regni,
non vedo angeli,
non sfido Inquisizioni.
Appicco incendi banali,
docili,
i pompieri li scambiano per gattini,
e li aiutano a scendere
dagli alberi.

sì, sono giovanna d'arco
ma ho perso il mio arco,
l'ho perso in un parco
che sembrava proprio un bosco,
ma era solo un parco
giochi.

stupidamente stringo
ancora in mano le ultime frecce,
ma sono spuntate, invece
le trecce tagliate le ho lasciate
sul rogo.

volevo essere un uomo
un guerriero coraggioso, un tuono
terribile e magnifico
lucido
nel cielo di poitiers.

ma allora ero piccola,
e sono vecchia, ora.
una vecchia giovanna
senza l'arco,
una vecchia memoria
di pezzi sconnessi,
un vecchio cervo
nero
che si è sbagliato
una volta - e una volta di troppo -
riguardo ad un arco infuocato
in un parco.

e tutto il resto l'ho perso con l'arco oppure
più semplicemente
l'ho dimenticato.












martedì 13 settembre 2011

(bi) sogno di scrivere

Penso solo l'ombra rappresa sanguinante. Tesoro rotto
torna navigando dove vele levavano nomi misantropi. Pieno nome meritato, tolto.
Totalmente tersa, salmastra radura rammendata tace.
C'era raramente testo, storie ieri riscritte. Tentavo vocali lise, seguendo doni.
Nidi di diari ricalcavano nostri risi simultanei nei nei, né io osavo volerlo.
Loro rovinavano nodi di dita tagliate. Tessere reti ti tinge gesti stilizzati. Ti tira radici circolari.
Ridi di Dio?
Io, ovvio.
Violento torrenti timidi. Dimaco conosce certi tipi, più iugulatores respirano nottetempo.
Poveri veri ricchi. Chi chiama? Amaro rombo, bolle le lenticchie, chiede denaro.
Rovina nascosta, tagliente.
Tempo potato, tolto. Torto tornare.
Remo mozzo zoppica cadute testuali.
Libera ragioni nitide! Devi. Via iati tipici...Ciliegie! Ieri! Risa! Sassi! ...
...Sì, si simula la lama mascellare, regina.
Nascendo dobbiamo mostrare realismo mortale.
Le leve ve le levo volentieri...Ricominciamo!
Amor ora raschia schiavi avidi di dita.
Taci! ci circola la lava vacua, quasi sicuramente terrestre. Streghe. Ghettizzate. Temute.
Tenete! Testa tagliata.
Tacemmo. Mostrando dove vedevo volare relitti, ti tiravo.
Volevo voltare realtà.

venerdì 29 luglio 2011

La cintura di Orione

Una notte verrà e ti prenderà gli occhi,
sussurrava Merope ad Orione distratto.
Perché Orione guardava in alto
e non si girava,
Orione sognava
di essere una quercia,
e non si girava.

Quando poi si girò
vide
che la notte era venuta e gli aveva preso gli occhi,
Merope rideva, lo chiamava,
ma Orione guardava il bianco
sposo della notte
che portava al dito il suo occhio sinistro,
Orione lo guardava
e non si girò più.

Finché in quel bianco un punto nero
luminoso
cominciò a muoversi,
era l'occhio destro di Orione, distratto,
rotolato per sbaglio in una tasca
dell'abito vecchio
della notte.

Orione lo vide, lo chiamò
Artemide,
Artemide gli rispose,
Orione la riconobbe e ne fu tanto felice
che cadde. Orione distratto.

Una notte verrò e ti consolerò gli occhi,
cantava Artemide ad Orione distratto.
Perché Orione cadeva in alto
e non si girava,
Orione sognava
di essere uno sposo
-chiamava Artemide "mio occhio destro,
mio unico occhio"-
e non si girava.

Quando poi si girò
vide
che Artemide era venuta per consolargli gli occhi,
Artemide piangeva, lo chiamava,
ma Orione guardava il bianco
scorpione della notte,
che volava come freccia scagliata sul mare,
e l'arco era quello di Artemide,

Artemide piangeva -

il bianco
scorpione della notte trafiggeva -

Orione distratto
guardava il bianco -

scorpione della notte
e non si girava-

Orione guardava
Orione distrutto,
cadeva verso l'alto
e non si girava,

Orione sognava
di essere una stella
e allacciava in silenzio
il suo destino
-bianco-
come una cintura.

sabato 4 giugno 2011

luce elettrica

E così mi somministri all'improvviso

una notte in polvere.

Ma se ieri rideva come un mostro? Non te la ricordi.

Adesso è debole, derisa dalla luce elettrica

della civiltà.

Si nasconde in fondo agli angoli,

arretra, inciampa,

stanotte la notte balbetta ferita.

Una notte in polvere, da sciogliere in un bicchiere

che sorseggio insensibile,

meccanica. Una notte asettica. Leggera.

Perché mi porgi questo calice triste? Leggero, leggero.

Tu lo dimentichi mentre lo fai.

Perché dimentichi, ti chiedo.

Sorridi. Perché le cose passano.

Le cose, le ore, le storie, le persone.

Tutto passa, tutto in polvere, leggero, leggero.

Quindi lo dimentichi mentre lo fai,

ricordi in polvere, leggeri leggeri.

Tanto vale, vale tanto

poco. Ma perché

vale tanto poco?

E soprattutto perché allora

io do ancora i nomi alle cose

-alle ore, alle storie, alle persone? Perché io ricordo ancora?

Pesante, pesante

mi trascino in giro

il mio ridicolo carretto di reliquie. Ricordi gelati.

Che me ne faccio di tutta questa roba, mi chiedi.

Sorrido. Le faccio compagnia.

Ma intanto

la luce elettrica della civiltà mi incendia gli occhi

e arretro

e cerco gli angoli della polvere della notte.

Dal mio rifugio ti chiamo piano mentre

ti guardo danzare leggero (leggero) e scintillante,

in alto,

e non so raggiungerti

e non so dirti

e non puoi sentirmi

e non puoi

ricordarmi.

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